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TRASFORMISMI ED ESPOSIZIONE MEDIATICA

Alessio Barettini

Per l’Enciclopedia dello spettacolo il trasformismo “consiste in una serie di imitazioni o impersonations, la cui attrattiva principale sta nella rapidità con cui si effettuano i cambiamenti di trucco e di costume.” (Cervellati Alessandro, Ottolenghi Vittoria, “Trasformisti” in Enciclopedia dello Spettacolo Vol. IX , Roma, Le Maschere, 1962, col. 1094.)

È una pratica moderna, questa del movimento e della velocità nell’arte, tutta novecentesca.

È come fare di sé stessi un effetto speciale. Essere camaleonti in scena appartiene ai grandi attori, ai grandi guitti, ma è anche un tratto distintivo della nostra era, e questo significa che l’artista ha un grado di libertà potenzialmente infinito, diluito nel tempo.

In politica la parola è stata usata, già dall’inizio dell’Italia unita, con una connotazione invece negativa, ed è innegabile che le maggiori critiche al trasformismo nell’arte riguardano la mancanza di un progetto coerente, la volontà di stupire al di là di un messaggio reale, il gioco facile di chi non ha nulla da dire e lo nasconde dietro un mimetismo vorace e selvaggio.

 

Su un piano più teorico si tratta di un modo per esorcizzare i demoni del doppio, o per portare all’esterno le riflessioni nate quando ci si confronta con la propria anima. Si imita, si attinge. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Così nascono le maschere, gli esperimenti, gli alter-ego. Manganelli diceva che il mittente è sempre lo stesso, e manca il destinatario, a essere trasformisti. Tutti siamo i destinatari, noi e i nostri contrari. Resta la domanda sull’identità: chi è l’artista che fa il trasformista? Chi c’è dietro tutto ciò? Il trasformismo di Bowie o di Achille Lauro,  sono solo modi per farsi conoscere o vanno visti come l’esplosione di un disegno superiore?

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Credo che qui stia il nodo, se non esiste una risposta univoca. Al di là di ogni paragone, le combinazioni mostrano le possibilità della libertà, ma la verità qual è? Quella sta poco oltre, eppure non è semplice da afferrare. Qualunque grande artista che abbia passato anni a variare l’immagine di sé ci parla con la sua opera. Si può creare un mito di sé a patto di avere qualcosa da dire con la propria opera, o con la propria persona. Quale che sia la strada che si sceglie si va incontro al pubblico. L’artista che si muove in questa direzione deve convincere il pubblico, prima di tutto. Solo quello è la sua cartina al tornasole.

Di Bowie sappiamo che l’esperimento è riuscito perfettamente. Perché? Per tante ragioni, sicuramente, ma in questo discorso il motivo è che cambiare sé stesso per lui ha significato anche andare oltre sé stesso. Bowie ci ha convinti: ci ha mostrato chi non siamo e chi volevamo essere.

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Achille Lauro per ora sta facendo un discorso solo storico: ci sta elencando dei personaggi. Non sappiamo cosa sceglierà in futuro. Dobbiamo sperare che il cantante si ricordi che tutto si trasforma, ma deve fare attenzione: le cose si consumano, se a trasformarsi non è anche il modo intero di essere e di creare.

 

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