“Listen” (2003) – La traduzione dell’intervista a David Bowie

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Pantaloni e giacca in denim grigi, stivali da biker in pelle, t-shirt nera con la scritta “Metal World” e capelli biondi. Era la nuova incarnazione, oppure la nuova maschera, della ‘new killer star’ che nel giro di poche ore si sarebbe presentata su un palco dell’ex cinema The Chance fuori NY, nella contea di Ulster, solo per 500 fortunati bowienetters. Per l’occasione avrebbe fatto il suo esordio dal vivo niente meno che Fantastic Voyage, mentre venivano riesumati da immemore tempo Hang Onto Yourself, Suffragette City,   Modern Love e addirittura Sister Midnight. Vi presentiamo qui la traduzione di una intervista d’annata a David Bowie. Rimasta a lungo inedita, essa è riemersa solo dopo la scomparsa dell’artista. Il momento era particolare, perché in quel 19 agosto 2003 David stava per presentare al mondo intero il suo ultimo album Reality, prima di uno dei suoi più lunghi tour e la defezione dalle scene e dal mercato discografico per circa 10 anni. Reality è un disco che all’epoca divise i fan, ma il suo autore rivelava qui un grande entusiasmo, e si dimostrava particolarmente generoso con il suo intervistatore, raccontandogli del proprio processo creativo e alcuni preziosi dettagli sulle nuove canzoni. Forse proprio da qui può ripartire una rivalutazione di quel disco…

David un paio di settimane prima di quella esibizione dichiarò: “Get to try out the new things at The Chance gig. Won’t be the longest show we’ve ever done but having such a lot of new things onstage will give it an edge. The whole band feels terrific about the new songs. They feel like they were made to play live. Can’t wait.

NEVER GET OLD

di Wes Orshoski

In questa intervista risalente all’Agosto 2003, David Bowie parla di atteggiamento positivo, New York come casa, tornare in pista, spazio per l’individualità, la difficoltà di essere creativi rispetto alle esigenze aziendali, le canzoni scartate e l’età che avanza.

La rivista dove apparve questo articolo in lingua originale

Nella decade precedente alla sua dipartita, David Bowie era come svanito. Questa era la mia sensazione. Dopo essere stato onnipresente nella MTV degli anni ‘80, aver reinventato se stesso negli anni ’90 collaborando con i Tin Machine, Brian Eno e Trent Reznor, all’inizio del nuovo millennio le cose procedevano molto bene fino a quando, nel 2004, quel malore sul palco ha messo fine alla tournèe e segnato l’inizio di una nuova vita dedicata alla famiglia, dove non trovavano posto interviste o apparizioni pubbliche , se non le rare volte in cui è stato fotografato dai paparazzi per le affollate strade di New York, oppure come accompagnatore ‘più uno’ della moglie e supermodel Iman in occasione degli eventi mondani dedicati alla moda. Bowie era sparito dalle luci della ribalta, ma i suoi fans non perdevano la speranza. Senza dubbio lui è stato felice di regalare loro la sorpresa dei suoi ultimi due album, pubblicati in totale assenza di dettagli. Anche se un tour mondiale era fuori discussione, perdurava la speranza che Bowie prendesse esempio da Eric Clapton e ritornasse sul palco, magari al Madison Square Garden, o allo 02 di Londra. La speranza c’era – finchè non c’è più stata. Ma nel 2003 era ancora una figura pubblica. Nell’agosto di quell’anno, l’allora cinquantaseienne Bowie si stava preparando a quello che sarebbe stato il suo ultimo tour mondiale. Concedeva volentieri interviste su Reality, l’ultima collaborazione, fino a quel momento con il produttore Tony Visconti. Quell’estate ho avuto la fortuna di passare qualche minuto con lui, prima che si recasse alle prove del tour, aperte a un ristretto pubblico, che si tenevano in una location improbabile, The Chance, un vecchio teatro in Poughkeepsie, circa 85 miglia a nord di Manhattan (non lontano dagli studi di registrazione dell’album e dalla sua casa di campagna).
“Sono molto contento di fare questo concerto” mi ha detto all’epoca. “E’ una specie di evento segreto, solo trecento persone nel pubblico. Proveremo il nuovo materiale, per avere del feedback”. Chissà se il feedback è stato significativo. Io ero presente, e ricordo un Bowie in T-shirt per la maggior parte della serata, cosa che gli si addiceva, come anche la location sotto tono. Vederlo in una situazione così intima è stato devastante. Con la musica a tutto volume e il palco a pochi passi dall’ingresso del locale, mi sono abituato all’incongruità della situazione solo quando lo show era già finito. Non sono sicuro di quanto il pubblico fosse obiettivo, e se Bowie abbia avuto la possibilità di capire le reazioni delle persone all’ascolto in anteprima del nuovo album – eravamo tutti troppo agitati all’idea di vederlo così da vicino. I successivi due mesi hanno visto la pubblicazione del nuovo album e la partenza per il tour mondiale. Di seguito riportiamo la conversazione avuta con lui quell’estate, finora inedita.

WO: Con il riferimento al Battery Park, immagino che New Killer Star, la prima canzone di Reality, sia ispirata agli eventi dell’11 settembre.
DB: Assolutamente sì. E’ un pezzo impressionistico, in un certo senso, che racconta di come si vive nella città dove hanno avuto luogo quegli eventi. Vorrei dire che tento di essere positivo al riguardo. L’atteggiamento positivo che ho verso questo album, per il modo in cui è stato scritto, deriva dal fatto di avere una famiglia, con una bimba di soli tre anni. E’ molto importante per me guardare al futuro con ottimismo. Non avrebbe senso piangersi addosso perchè devo pensare a mia figlia oltre che a me stesso.

WO: Da quanto tempo vivi a New York? E’ ancora fonte di ispirazione?
DB: Beh sì. Vivo qui da circa dieci anni. Ironicamente, vivo a New York da molto più tempo di qualsiasi altra città al mondo, incluso Londra. Nel corso degli anni ho passato un anno in un posto, o diciotto mesi in quell’altro, ma quest’ultima decade a New York è stata straordinaria, e New York è diventata casa per me. Quando ero un adolescente, era la città che rappresentava tutti, da Bob Dylan ad Allen Ginsberg, alla scena Beat all’ambiente dei locali dove è nata la musica rock. Considerando le mie ambizioni, era la Mecca, specialmente Downtown e il Village. Sognavo di andare a New York un giorno. E la seconda parte del sogno comprendeva un appartamento a Manhattan (ride). Sono riuscito ad averne tanti di appartamenti qui.

WO: Ci sto lavorando anch’io a quel sogno, io vivo a Brooklyn.
DB: Forte! Tony Visconti è di lì.

WO: A proposito di Tony, la recente collaborazione con Heathen mi fa pensare che condividete ancora una grande sintonia. Pensi che continuerà nel prossimo futuro?
DB: Oh sì, è vero. Riguardo Heathen non avevamo alcun dubbio. Non sapevamo ancora come sarebbe stato l’album, ma eravamo certi che sarebbe stato un prodotto eccellente. Da lì in poi è come se avessimo innestato la quinta marcia. Abbiamo lavorato a Reality con grande entusiasmo, certi di produrre un suono interessante e particolare, che sarebbe stato diverso da qualunque altro, pur avendo il tipico marchio di fabbrica Bowie/Visconti. Eravamo certi che avrebbe avuto quel qualcosa che si genera sempre quando lavoriamo insieme. Non so come spiegarlo, ma insieme produciamo musica di ottima qualità, con un senso di integrità. Stiamo già parlando del prossimo album, dopo il tour. Quando chiudiamo un album, l’ultimo giorno in studio ci guardiamo negli occhi e giudichiamo con franchezza il lavoro svolto. Se riteniamo di aver fatto un buon prodotto, francamente, quello che succede dopo non è così importante, perchè vedi, classici come Low e “Heroes” non hanno dato grandi risultati di vendita. Voglio dire (ride) non hanno venduto tanto, ma quando abbiamo chiuso quei dischi, e ci siamo guardati negli occhi, eravamo entrambi consapevoli della loro importanza. Finchè noi possiamo dire “E’ un prodotto di prima qualità”, tutto quello che viene dopo è un bonus.

WO: Mi sembra di sentire nelle tue parole un nuovo entusiasmo. A cosa è dovuto? Dipende da qualcosa in particolare?
DB: Beh, da quando ho messo insieme questa band (composta dalla bassista Gail Ann Dorsey, il batterista Sterling Campbell, il chitarrista Earl Slick e il pianista Mike Garson), sono sempre molto entusiasta, sia in studio che sul palco. Suoniamo insieme ormai da otto anni, dal 1995/1996, e da allora sento di essere di nuovo in pista.

WO: Ha influito il passaggio dalla Virgin alla Columbia Records?
DB: Ha senza dubbio consolidato quel senso di generale ottimismo degli ultimi anni. Sono soddisfatto della situazione con la Columbia e con la ISO, la mia etichetta. Mi danno molto spazio, mi fanno registrare quando voglio io, non devo mettere da parte lavori per diciotto lunghi mesi, che è la cosa più frustrante che si può fare ad un autore, specialmente se è prolifico. Io scrivo molto, e dopo un po’ perdo interesse per le cose già fatte, non ho molta pazienza. Con Virgin dovevo sedermi ed aspettare di sapere se era ok pubblicare un nuovo album [David fa riferimento qui sicuramente ai vari rinvii e infine alla mancata pubblicazione di ‘Toy’, NdT]. E’ così con quasi tutte le case discografiche (ride). Suppongo che la natura del business sia cambiata così tanto che le majors ora hanno bisogno di questi tempi lunghissimi per vendere un album, almeno diciotto mesi che si possono prolungare fino a due anni e oltre. A quel punto devi capire a che punto sei del loro planning di pubblicazione, che è sempre molto diluito nel tempo.

WO: Mi sembra strano che un artista del tuo calibro non possa avere una situazione privilegiata.
DB: Generalmente queste decisioni vengono prese da un apposito gruppo di lavoro. È il loro modo di lavorare. Non c’è spazio per artisti stravaganti ed individualisti. In passato, quando non c’era l’industria del disco, era tutto molto più semplice. La gerarchia era la stessa ma la dirigenza era formata da tanti amatori entusiasti (ride). Era tutto un “Dai pubblichiamolo, vediamo cosa succede” (ride). Non c’era un tizio che insisteva con ‘marketing e focus group’, c’era solo un “Facciamolo!”.

Un’immagine di David al concerto immediatamente successivo all’intervista; © Kevin Mazur

WO: Raccontami del tuo processo creativo, inizia tutto a casa tua?
DB: Sì, a casa ho delle attrezzature vintage. Non sono in nessun modo un tipo high-tech, ma occasionalmente porto avanti il lavoro a casa. Ho un registratore a quattro piste, un Roland VS 1680, dove posso registrare delle tracce multiple, ma la maggior parte delle volte riporto sul DAT e su carta tutti i dettagli della sequenza di accordi che sto scrivendo, poi aggiungo la parte cantata. Non mi piace l’idea di perdere la spontaneità originale. Il demo di Reality è stato fatto in studio con Tony, la maggior parte del quale l’ho fatto da solo, con Tony che registrava mentre suonavo. Nel disco c’è molto dei demo originali, perchè non li abbiamo sostituiti. Le tastiere ad esempio, sulle quali Tony ha aggiunto i bassi, in seguito abbiamo aggiunto la batteria di Sterling (Campbell) insieme a un paio di chitarristi che sono venuti in studio con lui. Ho lasciato la mia chitarra nella maggior parte delle tracce. Il risultato è un quasi – demo, che mi piace molto, è molto energico.

WO: E’ energico come un live.
DB: Esatto. L’idea era quella, non si tratta di una seconda lettura dell’idea originale. Se qualcosa non funziona… ho fatto mio quello che diceva Dylan in un’intervista di tanti anni fa, cioè che se una canzone non funziona alla prima, viene lasciata da parte. Lo stesso vale per me, non sono bravo a cesellare una canzone finchè non suona bene. E’ una cosa che ho fatto solo con Bring Me The Disco King.

WO: Immagino che siano tante le canzoni che non sono sopravvissute a questa cernita.
DB: Oh sì! Ma ne scrivo così tante!

WO: Quante saranno? Puoi dirmi un numero?
DB: (lungo sospiro) No, non ti darò un numero, perchè i miei fans sul sito domanderebbero l’immediata pubblicazione. Quante volte devo dir loro che “C’è una ragione se non le ho pubblicate, non mi piace come suonano” (ride). Non sai quante volte mi dicono “Hey, Bowie, hai tutte queste canzoni inedite, consegnale al tuo pubblico”, e io rispondo “C’è una buona ragione se le ho scartate!” (Ride). E tali devono rimanere. Ti confermo che era un buon numero.

WO: Reality finisce con la bellissima e lunghissima Bring Me The Disco King (quasi otto minuti). Non mi sorprende che abbia richiesto più lavoro delle altre. Si sente.
DB: E’ una delle canzoni su cui ho lavorato di più. L’ho scritta nel ‘92, nel periodo del mio matrimonio. Era una specie di cinico addio al passato, ed inizialmente era veloce e ritmata. Sembrava un pezzo da discoteca (ride). C’era molta batteria elettronica, ed era una canzone potente, volutamente un po’ ridondante, proprio tanto. Per cui l’ho lasciata da parte a sedimentare. A metà anni ‘90, ho provato a lavorarci su con Reeves Gabrels, usando un diverso approccio, ma non funzionava lo stesso, così l’ho messa nuovamente da parte. Questa volta – l’ultima volta – ho pensato di spogliarla di tutto e renderla più essenziale. Fatto questo, e rallentato il tempo, ho capito che non aveva bisogno di altro. Non era necessario un arrangiamento. Era sufficiente l’interpretazione di un pianista, Mike Garson, a contraltare la mia voce. Così funzionava, aveva un senso, non era più cinica. E’ diventato un pezzo molto intimo e coinvolgente.

David la sera del 19 agosto 2003 a Poughkeepsie. Il teatro The Chance si trova nella contea di Ulster, dove risiedono anche Zachary Alford, Gail Ann Dorsey e Gerry Leonard; © Kevin Mazur

WO: In quest’era digitale, andare in tournèe sembra acquisire sempre maggiore importanza per un artista. E’ una cosa che ti piace ancora fare, dopo 40 anni?
DB: Primo, sì mi piace, ed è molto importante per me. Secondo, trovo che sia meraviglioso avere l’occasione di espandere il proprio pubblico. Sono stato estremamente fortunato da avere molti fans abbastanza giovani. Il fatto che artisti come Trent (Reznor, dei Nine Inch Nails), Placebo, Smashing Pumpkins e tutti gli altri parlino della mia musica in riferimento al loro lavoro, è stato favoloso perchè mi ha permesso di attrarre nuovo pubblico. Ha incuriosito i giovani che sono venuti ad ascoltarci ed è stato fantastico.

WO: Trovo ironico che una canzone del tuo nuovo album si chiami Never Get Old (Non invecchiare mai). Non sembra applicarsi alla tua persona.
DB: (ride). Beh sono soddisfatto come chiunque potrebbe esserlo in questi tempi particolari. Penso che sia il modo migliore di dirlo. La mia relazione di coppia, la mia vita familiare e personale, è semplicemente meravigliosa, e il mio lavoro sta andando molto bene. Quindi sono un ragazzo fortunato. Quando avevo vent’anni, non avrei mai pensato che la mia vita sarebbe stata così bella. Quando avevo vent’anni, la mia età non esisteva. “56? Stai scherzando? Non ci arriverò mai”. Quei sogni romantici e nichilistici che hanno tutti i giovani. Quando pensi che non sopravviverai ai trent’anni (ride), e naturalmente l’orrore di quando ce la fai (ride più forte).

Articolo originariamente pubblicato nella rivista Listen: Life with Music & Culture nella primavera del 2016 e disponibile in versione originale qui: http://www.steinway.com/news/features/never-get-old-david-bowie

Patrizia Loc

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