Tonight (1984)

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Sarebbe più sano e sobrio per me iniziare la disamina dilungandomi su come David Bowie, nel periodo, fosse più dedito alla sua carriera da attore rispetto a quella da performer. In realtà, quando penso a questo disco, mi si figura in mente una scena di un film, Nightmare 2: La Rivincita. Nella pellicola, una delle vittime (no spoiler!) ha un poster della copertina di Tonight nella sua camera. Una persona scaramantica se lo farebbe bastare come segno di iattura, che questo lavoro ebbe a posteriori nella carriera del Duca. Un lavoro fondamentalmente abbastanza detestato dallo zoccolo duro della fanbase. La sua genesi può essere riassunta in poche righe: l’etichetta necessita di una release per monetizzare la scia del successo di Let’s Dance, David non ha abbastanza pezzi per completarne un disco ed il suo compagno Iggy è ancora alle prese con i problemi finanziari (Party e Zombie Birdhouse erano andati malissimo). Unendo le due circostanze praticamente si creò un “Pin Ups: Parte 2” senza l’egida dei grandi anni ’70 a riparare dalle critiche, anzi.
In cabina di regia non c’è certo Eno, ma nemmeno Visconti o quanto meno un “hit maker” come Nile Rodgers, bensì un certo Darek Bramble: un ex componente del gruppo disco/funk, Heatwave e attualmente (gennaio 2017) nemmeno meritevole di uno straccio di biografia su Wikipedia. Già, perché la carriera di Darek come produttore pare non andò esattamente a gonfie vele, pare non sapesse proprio farlo quel mestiere. Quasi come ci fosse capitato per caso. Un peccato, considerando che, inizialmente, si sprecò uno come Hugh Padgham (ultimi Police) al mero scopo di tecnico del suono. Uno che aveva tirato fuori dalla batteria di Phil Collins il memorabile eco in In The Air Tonight. Sicuramente vi fu colpa anche tra gli addetti ai lavori nek gestire un onere così importante come quello di un disco con Bowie, ed è ciò che compromise il passaggio dalle promettenti demo iniziali alla tracklist definitiva. Qualcosa andò perso, anche se non sappiamo cosa. Sicuramente la produzione, che a livello strumentale cerca un po’ troppo un suono organico, che lascia meno spazio ad identità solistiche. Lo stesso Bowie, in tour anni dopo, mostrò come anche alcuni arrangiamenti semplificati potevano portare benefici al songwriting.
Ma. Eh sì, “Ma”.
Nonostante tutti questi dettagli, non credo sia un disco da buttare. Anche se volte ci prova proprio lui a dissuadermi, tipo con la pacchiana God Only Knows (Beach Boys annegati nella melassa), no. Non sarebbe giusto. Tonight è come quegli zaini pieni di roba che ti portavi per le gite delle superiori, con elementi che sai non userai mai, ma ti senti sicuro ad averli a portata di mano (il calipso Tumble and Twirl, con una efficace linea del bassista dei Level 42, non nei credits dell’album), qualche aggiunta perché te l’ha detto la mamma di portarlo che sennò senti freddo ( almeno a livello discografico, Tonight con Tina Turner, non di gran caratura ma con un occhio al marketing.).
Continuando a scherzarci un po’ su, Loving the Alien è un po’ un coltellino svizzero multiuso, sound pienamente anni 80, gli “A-A-A” stile Laurie Anderson in O Superman e l’incipit con marimba che si porta via tutto il pezzo, a vaga ispirazione da Love My Way degli The Psychedelic Furs. Dei singoli, quello di fattura più pregiata. Nonostante Blue Jean abbia comunque un buon Appeal vintage di quel Rock dandy anni ’60 e sappia comunque intrattenere con la sua melodia catchy, fa un po’ parte di quell’immagine retrò da cravattino e bretelline che riguardava il Serious Moonlight Tour. Gli segue concettualmente da traino Keep Forgettin, sorprendente pezzo bluesy di Chuck Jackson, venne coverizzato anche da Procol Harum, Topmost. Bowie ne realizza una versione velocizzata su base dell’interpretazione dei The Checkmates. Ne viene fuori un curioso intermezzo stile Elvis imbevuto di ironia, piuttosto godibile e senza troppo impegno. David segue la tradizione di Let’s Dance, lasciando gli strumenti musicali tra le braccia dei propri collaboratori, in compenso regala una verve vocale con giusto piglio anche quando c’è da salvare la baracca, quindi dubito la storia si ricorderà della versione Power Pop di Neighborhood Threat, ma non posso far altro che ammettere che la sua grinta (sopratutto nel finale) avrebbe meritato una base più all’altezza della situazione. Tra i pezzi del passato scritti con l’iguana, Don’t Look Down è probabilmente quella che presenta la confezione migliore nelle session, sarà che il buon Hugh il territorio Reggae lo conosceva abbastanza bene e sapeva quindi anche trattare un groove nella giusta ottica. Perché sì, alla fine nel disco emergono le individualità più spiccate, non a caso la Lodgeriana Dancing with the Big Boys chiude il disco proprio bene, fin troppo. Nel senso che mi fa pensare a cosa sarebbe accaduto a questo album se Iggy fosse giunto un po’ prima a far visita alle session, dando un po’ di brio ad un impigrito Bowie. Tutto ciò, tuttavia, è anche esaustivo per affermare che assolutamente NON siamo nello stesso gradino di Never Let Me Down, ci troviamo di fronte ad una raccolta slegata di brani come non di rado succedeva in quegli anni: lati B e lati A incollati con lo scotch per farne una release globale. Come Japanese Whispers dei The Cure. Qualche sorso di Bowie in annate un po’ torride, dinnanzi le quali erano nemmeno così tanto fuori luogo le aggiunte della riedizione 1995 della Virgin, quando vennero implementate anche This is Not America, As The World Falls Down e Absolute Beginners alla proposta iniziale.
Più che un “Best of” un “Normal of”.

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