The Buddha of Suburbia

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THE BUDDHA OF SUBURBIA

di Federico Francesco Falco

Quando Bowie dichiarò questo disco come il suo preferito, bisognava e (ancora oggi) bisogna considerare la natura biunivoca di un discorso che solo un grande comunicatore musicale come lui poteva effettivamente fare. Ovvero coniugare una sua reale preferenza ad una sorta di consiglio per gli acquisti per ascoltatori più distratti che, in era pre-internet, non erano mediaticamente bombardati da notizie in tempo reale come oggi su ogni possibile release discografica e relativa fruizione del suddetto prodotto. The Buddha of Suburbia bussò nel mercato discografico del 1993, con le modalità mediatiche di un album di vent’anni dopo. Ovvero impatto pubblicitario pari a zero, recensioni ridotte all’osso, distribuzione povera. Considerando anche quasi tutto il disco non venne utilizzato come reale OST dell’omonima serie Tv, abbiamo tutte le premesse per un album cult o, anche più semplicemente, l’iter tipico di un disco contemporaneo, che si sarebbe nutrito a livello mediatico tramite un grande uso del passaparola qualitativo dei musicofili. La titletrack e apripista di questo interessante progetto è anche il singolo scelto dall’artista che, in realtà, conserva poco del mood sperimentale dell’intera opera: un rock semi-acustico molto Beatlesiano (frangente Macca), morbido ed orecchiabile. Funziona come avrebbero voluto (e dovuto) anche diversi brani dei Tin Machine più melodici, e senza tirar fuori chissà che produzione eclatante. Semplicemente Bowie riprende confidenza con alcune grandi linee vocali Poppeggianti, che successivamente troveremo anche in dischi come Heathen: persino Strangers When We Meet presenta una certa familiarità con quella tipologia di songwriting speziato di alternative, ma con un cuore molto accessibile e catchy. Ma ciò non è realmente quello che David sembrava cercare al momento da queste session, addentrandosi nel cuore del disco infatti, lo troviamo nuovamente immerso nell’elettronica come oramai non accadeva più da circa una quindicina d’anni. Seguendo a volte veri e propri mantra ritmici, da una sequenza di note a raccogliere un groove, su cui costruire architetture strumentali da Jam Session. Sex And The Church ha questo tappeto sonoro riconducibile alla Big Beat che si sarebbe presto diffusa in tutto il Regno Unito, bassi pulsanti che rubano via oltre sei minuti, senza che qualcun’altra collega della tracklist lì in fila possa recriminare qualcosa. Bleed Like A Craze, Dad ne rappresenta una medesima filosofia, ma con un’egida da Rock band sugli scudi: Leitmotiv vocale a livelli quasi ritualistico, sei corde insidiosissime, lievi appunti di Mike Garson. Il pianista che, quando c’è, lo percepisci senza bisogno di ulteriori presentazioni: è lui il mattatore di South Orizon, brillante esperimento Jazzy, che ci porta agli inizi del successivo 1. Outside, alle porta giusto qualche anno dopo, come la più naturale delle evoluzioni su pentagramma. La differenza con il disco del 1995 sta forse in una atmosfera ancora scevra di reale tensione teatrale, qui assaggiamo fascinazioni più spavalde e serene che erano proprie della seconda metà di Black Tie White Noise. Completa questa lussuosa mappa da cronistoria degli anni 90, Dead Aganist It: esso avrebbe sicuramente impreziosito i lidi elettronici successivamente visitati in Earthling. Con la differenza di un arrangiamento un po’ più spensierato, c’è da figurarsi Bowie e il polistrumentista Erdal Kizilcay (unico suo vero compagno costante in questa avventura praticamente solitaria) nello studio di registrazione a Montreux, mentre ascoltano un po’ dei dischi più sregolati di Prince e si danno al vivido cazzeggio con qualche giocattolo synth, tirando fuori materiale che però non ti aspetteresti. Perché The Buddha of Suburbia è quel lampo di genio che ti sorprende, la stessa critica ancora oggi fatica ad assorbirlo come buona parte della decade Bowieiana a cui appartiene. Un disco che, se fosse una pellicola, sarebbe uno spin-off ricavato da un personaggio amatissimo di un telefilm storico ma che, al momento, non faceva il giusto share e temeva di essere cancellato. E come un soggetto dinnanzi alla cinepresa ha i suoi leitmotiv, così Ian Fish, U.K. Heir e The Mysteries sembrano provenire direttamente dai lati più eterei della trilogia berlinese. Il primo presenta anche una sequenza di accordi che accarezza Warszawa pur rimanendo più letargica e ambient, l’altra invece strizza l’occhio ai vari Music for…, senza appartenere realmente a qualcuno. Un altro amabile déjà vu ci sorride in Untitled No. 1, ove David gioca con fonemi e sillabe di un linguaggio mai svelato, al fine di rendere ancora più mistico un Soul molto liquido. Un gran pezzo, come diversi nella tracklist, che ha il pregio di rimanere qualitativamente sempre all’altezza e di non vivere di particolari highlights o momenti fiacchi. Nel finale ci regala persino una versione più “chitarrosa” della titletrack, con all’opera il promettente Lenny Kravitz, ai tempi all’attivo con due dischi di pregevole Black Music in stile ibrido tra Hendrix e Terence Trent D’Arby. Le pedine al posto giusto, in una scacchiera che per tutta la partita ha visto un unico Re e Regina: Bowie. Colui il quale poteva anche perdere un paio di mesi tra le varie take di Tonight, mettere su una band al fine di delocalizzare le pressioni ecc, ma quando libero da qualsiasi vincolo era capace di assemblare tutto questo in appena sette giorni. A tal proposito la copertina alternativa (attualmente, l’ufficiale) del disco è la perfetta esegesi di ciò che si ha di fronte: un uomo immortalato nella sua essenzialità d’attimo che già guarda altrove.
A coordinate 95 e 97.
Latitudine e Longitudine? Arte.

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