Risonanza Magnetica: alla ricerca del Bowie più oscuro

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RISONANZA MAGNETICA : alla ricerca del Bowie più oscuro
Un percorso di esplorazione approfondita degli aspetti meno immediati dell’opera di Bowie, che più che con la medicina ha a che fare con la meditazione.


Bowie_KeterNella cultura popolare, soprattutto in quell’ardente e cangiante calderone che per convenzione appelliamo cultura rock, l’esoterismo è penetrato fin dagli inizi, manifestandosi in un’illimitata serie di riferimenti, spesso dichiarati, a volte criptici, non raramente subliminali, alla grande Tradizione di ricerche eretiche che ha nutrito la spiritualità umana, in un percorso parallelo, spesso contrastante ma a volte complementare con le religioni ufficiali.

Per intenderci, qui per esoterismo non intendiamo nulla di grossolanamente spiritistico: intendiamo quel grande, sfuggente corpus di discipline tradizionali che al loro interno abbiano degli insegnamenti segreti, accessibili solo attraverso un’iniziazione.

Ci interessa, in questo come in altri casi, accostarci all’esoterismo non per adesione a chissà quale corrente o dottrina, ma perché esso è (al di là della verità delle singole discipline) un immenso giacimento simbolico a cui numerosi artisti “risvegliati” (dai grandi del Rinascimento come Leonardo Da Vinci e Piero della Francesca fino a geni moderni quali William Blake e Goethe) hanno attinto per comunicare nelle loro opere ad un livello più profondo dei messaggi più sottili, universali, rivelatori.

Ovviamente, nella cultura di massa, soprattutto nella confusione paradigmatica della cultura occidentale del dopoguerra, molto spesso l’esoterismo è stato evocato come un mero giochetto intellettuale, una vernice un po’ kitsch da applicare alle proprie opere, magari insipide, una moda passeggera, oppure, peggio ancora, con una sistematica intenzione di far proseliti.

Per la sua peculiare sensibilità artistica, per la sua cultura viva e scevra da dogmi, per il suo quasi magico tocco estetico in grado di convertire in oro qualsiasi stimolo colto attraverso le raffinate antenne della sua voracità intellettuale, David Bowie fu tra i pochi artisti in grado di accostarsi all’oscuro, pericoloso cosmo della ricerca esoterica con vigile consapevolezza.

Le volte che non l’ha fatto, ne ha pagato le conseguenze in prima persona, come nel celebre periodo infernale di Los Angeles del ’76, precedente e causa della rinascita berlinese.

Dalla pubblicazione dei due video Blackstar e Lazarus, e dalla moltitudine di significati ulteriori che i simboli in essi disseminati hanno assunto dopo l’improvvisa dipartita dell’artista, l’esegesi esoterica delle opere di Bowie si è nuovamente, prepotentemente imposta come chiave interpretativa cruciale.

La chiave gnostico-esoterica in Bowie è sempre stata presente, in differenti forme: confuso e fecondo humus culturale delle prime prove (Space Oddity) magmatica ispirazione per le prime grandi prove autoriali (The Man who Sold the World e Hunky Dory), fondante base concettuale per la creazione del Doppio di Ziggy Stardust, in seguito dichiarata programmaticamente in album come Station to Station (i celebri versi e le altrettanto celebri foto ispirate alla Kabbalah), sublimata dietro la rappresentazione di una trasformazione alchemica interiore (come nella trilogia berlinese), malcelata in gesti rituali sul palco (come nel periodo del Serious Moonlight Tour), esposta sfrontatamente dietro l’apparenza di un brano pop (come nel video in Blue Jean e soprattutto Loving the Alien), occultata nella cruda metafora artistica di Outside, fino al ruolo centrale, quasi esorcistico, rivelato in Blackstar.

In rete, è possibile trovare un non breve saggetto in inglese, dall’azzeccato titolo The Laughing Gnostic (http://www.parareligion.ch/bowie.htm), scritto con molta cura da Peter-R Koenig.

Una lettura interessante, esauriente dal punto di vista dei riferimenti dentro e fuori dall’opera di Bowie, che per limiti di spazio ovviamente non può approfondire l’analisi di ciascun simbolo, ciascuna citazione, ciascuna interpretazione (altrimenti sarebbe divenuto un vero e proprio libro).

C’è, quindi, ancora molto da dire.

Il nostro umile compito sarà in questa rubrica, dunque, esplorare la ricchezza di riferimenti dispersi nell’opera del Duca Bianco, seguendo lo sviluppo cronologico della sua carriera musicale e della sua ricerca intellettuale.

Speriamo di non annoiarvi e non commettere troppe inesattezze.

Buona Lettura.

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