Our Life After Bowie’s Dead

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Our Life After Bowie’s Dead


La storia di questo album incomincia un giorno come tanti altri, ma che per un uomo assume un significato molto particolare. A quest’individuo vengono comunicati gli esiti degli esami clinici a cui si è sottoposto, dopo avere patito disturbi fisici molto forti negli ultimi mesi, che gli hanno causato malesseri a tratto insopportabili. Non sappiamo e non sapremo mai i dettagli di tutto ciò, ma il referto è di quelli che non lasciano adito a dubbi: il paziente è seriamente ammalato: ha un cancro. Non sappiamo quale sia stata la prima reazione alla notizia di quest’uomo, David Robert Jones, quel giorno del 2014, probabilmente fra la primavera e l’inizio dell’estate. La voragine che improvvisamente si è aperta sotto i suoi piedi, la visione di un mondo che pulsava attorno a lui, destinato fatalmente a scomparire dai suoi sensi. Il buio, il silenzio, la decomposizione.

La morte.

Il giudizio su una vita si calibra anche di fronte alla capacità di affrontare l’ineluttabile parte finale di essa.

David Robert Jones amava la vita, aveva lottato con tutte le sue forze per costruire una carriera basata su quella vocazione che aveva intuito essere propria fin da ragazzino. Un’esistenza consumata intensamente, cercando avidamente l’ispirazione che facesse scoccare la scintilla con cui incendiare la fantasia di chi aveva iniziato a seguire la sua vicenda artistica, e, attraverso di essa, aveva apprezzato e infine amato anche l’uomo che si annidava inquieto dietro ognuna di quelle maschere. Quell’uomo, attraverso gli anni, era stato capace di uscire dalla stagione degli eccessi, costruendosi una nuova vita. L’artista aveva raggiunto la piena padronanza delle proprie possibilità. Il senso di vuoto, lo sconforto e l’immediata disperazione, che valgono per chiunque affronti l’attimo dell’ultima certezza, non sono paragonabili a nulla. Non sono rappresentabili.

Sono.

E basta.

Non sapremo mai quale possa essere stata la molla che è scattata nella mente di David Robert Jones, la consapevolezza di essere un artista con tante cose da dire ancora, e di avere così poco tempo per dirle. Credo che quello sia stato il suo dolore più grande, oltre all’umanissimo fatto di dover morire. Il mondo del rock, anche a causa di una asfittica e cronica carenza di grandissime personalità, negli ultimi vent’anni ha visto il ciclico ripresentarsi di grandi “reunion”, di strombazzati ritorni in sala di incisione di autentici mostri sacri dal passato ingombrante e dal presente imbarazzante. Gruppi legati ad un passato oramai tramontato, che si riformano per il breve spazio di un concerto o di un breve tour, i cui componenti depongono le reciproche insofferenze per il breve lasso di tempo che gli consentirà di aumentare il proprio conto in banca, dopo avere pattuito con fermezza l’ammontare del proprio compenso. Conosco pochissimi gruppi che potrebbero sempre e comunque recitare la propria parte, ieri come oggi, proprio perché inseriti a pieno titolo in un contesto che li rende universali.

Due di questi sono purtroppo stati decimati dalla follia omicida e dalla cattiva sorte. Praticamente dimezzati. Ma sono e saranno sempre nel cuore di tantissime persone che li hanno amati per decenni. Un altro, malgrado importanti defezioni, ha mantenuto il suo nucleo originario, e continua a ripresentarsi sui palchi di tutto il mondo, a conferma di una valenza che attraversa oramai tante generazioni, che sono nate, cresciute, diventate adulte e invecchiate durante l’ultimo mezzo secolo con le loro canzoni, diventate nel frattempo immortali per sé stesse. Di tanti altri, sinceramente, non mi interessa oramai più nulla, sono solo nomi che leggo negli scaffali dove sono stati riposti i loro album, quando li osservo distrattamente durante una visita in un qualsiasi negozio di dischi. Quell’uomo, tornato a casa con il referto ripiegato ordinatamente nella tasca, dopo avere salutato e ringraziato educatamente il medico, non apparteneva sicuramente a quest’ultimo gruppo di “artisti”, contrariamente a quanto diversi critici nuovi e antichi pensassero di lui, da quei lontani anni settanta fino ad oggi.

Riprendendo in mano la confezione del triplo cd di “Nothing Has Changed”, mi viene spontaneo osservare l’immagine di copertina, la stessa, guarda caso, che compare anche sul retro del vinile dello stesso album. Vedo un uomo di spalle, che osserva la propria immagine allo specchio. Noi, come osservatori esterni, siamo dietro di lui, e osserviamo lo sguardo che lo specchio ci rimanda. L’uomo che ci volta le spalle pare essere in procinto di andarsene, e quello sguardo sembra provenire già da altrove. Il suo volto che ci osserva è diviso a metà. Noi ne vediamo solo una parte. L’altra è già in un altro luogo. Nessuno di noi, alla fine del 2014, avrebbe potuto intuire la tragedia che quella fotografia ci voleva rivelare, in silenzio.

Non è un caso che in quel triplo cd comparissero, per la prima volta in assoluto in una importante raccolta di successi, anche le prime canzoni incise da David Robert Jones da ragazzino, prima ancora di diventare “David Bowie”, e di mettere in scena tutta la galleria di personaggi che quel nome avrebbe evocato per mezzo secolo. Il ragazzino con il sassofono fra le mani. Quando un cerchio si chiude si uniscono due estremità di uno stesso arco, che così si completa, arrivando a formare la figura geometrica perfetta. Credo che David abbia pensato intensamente al suo ultimo progetto, prima di metterlo in pratica. Sarebbe stato facile reclutare una band “stellare” a quel punto. Brian, Eno, magari. Che sarebbe arrivato di corsa, sicuramente. Saputo di cosa si trattava, probabilmente Robert Fripp non avrebbe rifiutato, stavolta.

Anzi, avrebbe messo a disposizione tutti i membri della corte del “Re Cremisi”, fra cui vi è anche Adrian Belew, che già aveva suonato con Bowie nel tour del 1978, ricordandosi di avere sognato per quasi quarant’anni tutte le volte in cui le sue dita avevano premuto le corde della sua chitarra per suonare “Heroes”. Invece David decise diversamente. Rilanciò, nella maniera più imprevedibile. Un gruppo di musicisti praticamente sconosciuti. Giovani e bravi, scoperti in un locale newyorkese. Bravi ma sconosciuti. Un rischio. Quel gruppo venne reclutato per registrare un album, che sarebbe potuto essere l’ultimo.

Un vecchio compagno di ventura venne chiamato per dirigere i lavori, Tony Visconti, uomo per tutte le stagioni, eterno chiacchierone, ma amico vero e sincero, capace di tacere con chiunque la verità, fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno. Le canzoni vennero fuori una dopo l’altra, probabilmente fra tante difficoltà. Le condizioni fisiche di David peggioravano di settimana in settimana, e abbiamo ragione di supporre che quei ragazzi se ne accorgessero. Chissà quante volte avranno risposto con un sorriso di complicità, ogniqualvolta che David ripeteva loro “it’s ok”, con una smorfia di sofferenza. Suonare tutte quelle canzoni, seguendo la voce di quell’uomo che le intonava con una bravura che faceva venire la pelle d’oca.

Eseguire quei brani che non avrebbero mai creduto di poter suonare in tutta la loro vita. In fondo erano solo illustri sconosciuti, di fronte ad una leggenda morente. Per tutti loro era uno sprone. Una sfida. Superare loro stessi, dare il massimo. Giorno dopo giorno, prova dopo prova. Nelle loro mani era racchiuso un destino, un testamento, un lascito destinato a rimanere scolpito nella memoria di migliaia di persone in tutto il pianeta. Quegli strumenti che essi brandivano erano la forza disperata di un uomo che narrava la sua ultima tragica favola.

Quella forza diventò la loro, quella determinazione, quella magica e incredibile situazione determinò il miracolo di fare di ognuno di essi un interprete, un messaggero di luce che il genio morente di un artista senza eguali diffondeva attraverso canzoni tragiche ma splendide, sonorità semplici ma geniali, ritmi convulsi spezzati da rumori che sintetizzavano l’orrore e la beatitudine in un tutt’uno, l’angoscia e la speranza, la disperazione e il senso di una lotta contro il tempo. Bravi ragazzi: il risultato dei vostri sforzi fu qualcosa di splendido.

Un album perfetto, dalle sonorità quasi magiche, talvolta arcane, quasi misteriose. Particolari che venivano a galla dopo ripetuti ascolti. Una sintesi incredibile che si faceva beffe delle definizioni e delle categorie che le menti raffinate ma fredde di tanti critici potevano elaborare. Sonorità che facevano discutere, spesso sognare, che dividevano e portavano a infinite chiacchere tutti i fan che erano rimasti stupiti, sconcertati, felici o quant’altro. Le immagini del 7 dicembre 2015, che sembravano essere state rubate da uno smartphone clandestino, ci avevano restituito la presenza “viva” di David Bowie, in occasione della presentazione del suo musical, “Lazarus”, che debuttava proprio quella sera nella Grande Mela. Thomas Jerome Newton era ritornato fra di noi.

Quell’uomo anziano, ingrigito, magro come un chiodo, era stato accolto con entusiasmo, una gioia che ci aveva accecati, perché rivedercelo ancora in un’apparizione pubblica, dopo anni di scatti “rubati” fra le vie di New York, era una felicità senza pari, una festa a cui ognuno di noi avrebbe voluto partecipare. Quelle mani che stringevano le sue, quei visi di giovani artisti che lo osservavano con ammirazione, quegli sguardi carichi di devozione erano i nostri, occhi affamati della sua persona, della sua semplice presenza.

Sembrava di essere ritornati indietro di quattro decenni. La commozione di chi scrive fu intensa come la visione di un fratello ritrovato dopo un decennio. Ricordo ancora, a distanza di mesi, la mia profonda emozione, la mattina di quel venerdì 8 gennaio, quando uscii di casa per recarmi a comprare l’album di David Bowie, presso l’ultimo vero negozio di dischi rimasto nella mia città.

Ricordo la gioia, la certezza di portare a casa uno di “quegli” album, e il pensiero, complice il musical che era stato presentato il mese prima a New York, mi riportava magicamente a quel primo album che avevo comprato esattamente 40 anni prima. Il suono delle note di “Station To Station” mi accompagnò durante il breve tragitto in auto. Sentirmi ancora come quel sedicenne curioso e ammaliato da quell’alieno che aveva conosciuto al cinema, che lo aveva spinto, appena uscito dal cinema, a spendere i soldi che gli erano rimasti in tasca per quell’album dalla copertina cosi scarna ma bella. Come quella che avevo preso fra le mani, quella stella carica di una promessa, intrisa di una bellezza e di un fascino spettrale che solo David Bowie mi aveva regalato in quarant’anni di rock ascoltato e vissuto attraverso concerti, dischi e le letture più disparate.

Quell’album, senza il volto e il nome dell’autore, ma con una stella nera che troneggiava al centro della copertina, sembrava essere un viaggiatore del tempo, che aveva comprato un biglietto per spostarsi con un treno che proveniva dal passato. Il suono spavaldo, a tratti selvaggio, di quel sassofono, sembrava esprimere una rabbiosa e implacabile urgenza. Sembrava essere impugnato da quel ragazzino sedicenne di Brixton, che cinquant’anni prima faceva le prove da solo davanti ad uno specchio. Il suono di quell’armonica, proprio all’inizio di quell’ultima canzone, che ripeteva le note sbocciate a Berlino, quando un cantante rock di grande successo stava per dare alla luce l’opera più importante della sua già incredibile carriera.

“ A New Career In A New Town”.

Come dicevo prima, quando un cerchio si chiude, si uniscono due estremità di uno stesso arco, che così si completa, arrivando a formare la figura geometrica perfetta. Perché chi non affronta l’ultimo viaggio con la sicurezza e la certezza di dover aprire una nuova porta, non ha evidentemente capito nulla di tutto ciò che gli era capitato prima. Talvolta sulle tombe la data di nascita è contrassegnata da una stella.

E se il nero è il colore della morte, la stella indica un nuovo inizio. L’ultimo album di David Bowie non ha un nome, neppure un titolo. Sappiamo che è il suo solo se estraiamo il disco dalla copertina, e ascoltiamo la sua voce. La musica, quella sì, può soltanto essere la sua. Quelle note, quelle ultime parole, quelle visioni quasi velate di terrore, di malinconia, ammalate della consapevolezza di un ultimo viaggio da compiere prima della morte. Quella morte che lo va a prendere e lo abbraccia da sotto il suo letto nel suo ultimo video, bendato, morente, con le braccia spalancate per abbracciare quell’universo di cui era diventato il cantore senza eguali. E’ l’ultimo show del personaggio, il Duca Bianco, anch’egli prossimo alla dipartita, che scrive come un ossesso, in preda alla divorante angoscia di non avere più tempo per raccontare tutto quello che avrebbe in mente di dirci ancora.

Anche lui se ne va, nell’antro oscuro di un armadio, e chiude la porta davanti a sé stesso.

Tocca a noi aprire quella porta.

Lui è appena dietro.

Ci aspetta.

Lieto di accoglierci con quello sguardo incredibile e inimitabile, frutto di uno stupido episodio di violenza che col tempo divenne un attestato di preferenza da parte del Fato, una scelta compiuta per avocare a sé e portare nella dimensione della leggenda un ragazzino di Brixton. David Robert Jones ha terminato la sua vita terrena compiendo il suo ultimo capolavoro: ha consegnato all’eternità dei posteri David Bowie.

“I Can’t Give Everything Away” diventa “A New Career In A New Town”

Il viaggio continua…

A Lad Insane – Aprile 2016

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