Moon

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MOON
Where are we now?

MoonDove siamo adesso? E’ la domanda che ci viene posta da uno spot pubblicitario, quello della Lunar Industries:  siamo in un futuro non troppo lontano, dove i principali problemi energetici del nostro pianeta sono stati risolti grazie all’utilizzo di Elio-3, un isotopo presente in abbondanza sulla superficie lunare e quasi completamente assente sulla Terra. L’obiettivo della Lunar Industries è l’estrazione di Elio-3 dalle rocce lunari per soddisfare efficacemente il fabbisogno energetico terrestre. E’ questa l’apertura di Moon, il lungometraggio d’esordio di Duncan Jones datato 2009. Nella breve durata di uno spot televisivo ci vengono fornite tutte le premesse alla base del racconto, e si passa quindi dalle vicende di un intero pianeta a quelle di un uomo solo, ma non di un uomo qualsiasi: ci viene infatti raccontata la storia di Sam Bell, l’unico uomo sulla faccia nascosta della Luna. Sam (interpretato da Sam Rockwell, probabilmente alla sua prova migliore) è un operaio, dipendente della Lunar Industries, e il suo compito è sia quello di monitorare il corretto funzionamento dei Mietitori (i “pozzi di estrazione” di Elio-3) intervenendo in caso di guasti, che quello di spedire il prezioso Elio-3 sulla Terra. La sua unica compagnia è GERTY (doppiato in originale da Kevin Spacey) un robot a metà tra Hal 9000 di 2001: Odissea nello Spazio e Robby di Il Pianeta Proibito. Sam è sulla Luna ormai da tre anni, e mancano solo due settimane alla chiusura del contratto con la Lunar Industries e al suo rientro sulla Terra, dove lo attendono la moglie (i due hanno avuto una crisi di coppia prima della partenza di Sam) e una figlia piccola.

Si capisce subito che Jones è appassionato di fantascienza, in particolar modo di quella fantascienza un po’ retrò che è molto rara oggi al cinema: ci vuole raccontare il microcosmo di un uomo quasi completamente solo e lontano 384.400 km dalla propria casa, per metterlo in relazione col macrocosmo di un’intera società, specchio di quello reale. Quel ‘Where are we now?/Dove siamo adesso?’ che apre il film è la domanda che la Lunar Industries propone all’umanità per riflettere su progressi e benefici raggiunti in pochi anni, ma potrebbe anche essere rivolta in ogni momento della storia a Sam Bell (interpretato da un eccellente Sam Rockwell) man mano che crolla ogni certezza della sua vita. Perché in meno di trenta minuti dall’inizio del film (a meno di un terzo della durata totale) la narrazione subisce un brusco cambio di prospettiva e Bell incontra il proprio doppio, scoprendo quindi di non essere quella persona che credeva di essere. Nessuna moglie e nessuna figlia ad attenderlo a casa e nessun ricordo reale, solo memorie ‘sintetiche’ innestate nella mente: Bell è solo un pezzo di ricambio, clone di un Sam Bell originale che chissà dove si trova in questo momento.

Dove siamo adesso? L’idea di Jones è quella di porre il più grande plot twist del film all’inizio, e non alla fine, come usa di solito nei film di intrattenimento: a seguito di un incidente presso uno dei Mietitori, Bell si risveglia nell’infermeria della propria base e, nel giro di pochissimi minuti, ci rendiamo conto che non si tratta dello stesso Bell che era in scena fino a poco prima perché il nuovo Bell (grazie a una buona dose di testardaggine che gli permette di ingannare GERTY, che vorrebbe trattenerlo) esce dalla base per un giro di ricognizione e recupera il vecchio Bell nel luogo dell’incidente. Quello che segue è quindi l’incontro tra due personaggi differenti che sono però la stessa persona, ed è ciò che rende estremamente particolare il film: I due Sam Bell sono diversi. Il primo, quello vecchio, con tre anni di lavoro alle spalle, e pronto per il ritorno a casa, è un personaggio ben diverso dal secondo, quello che crede di essere arrivato alla base da poco tempo. Per sottolineare la differenza tra i due personaggi, e per far capire allo spettatore l’inganno della Lunar, Jones (insieme allo sceneggiatore Nathan Parker) utilizza i videomessaggi di Tess, la moglie di Bell: il nuovo Bell ascolta infatti un videomessaggio pre-registrato della moglie, fatto nel periodo immediatamente successivo alla sua presunta partenza dalla Terra (quando la coppia aveva vissuto un periodo di crisi) mentre il vecchio Bell ascoltava ad inizio film un videomessaggio preparato appositamente per l’ultima fase della sua permanenza alla base lunare (dove la crisi di coppia era ormai alle spalle).

Moon01E’ quindi chiaro ai due Bell (o meglio, ai due cloni di Sam Bell) che tutto quello che credevano fosse la loro vita non è altro che un grande inganno ad opera della loro stessa azienda: la Lunar utilizza cloni, alla pari di qualsiasi altro macchinario, col semplice obiettivo di eliminare i costi di addestramento e gli stipendi di un “operaio lunare”. Il film prende a questo punto due strade: da un lato diventa un survival movie (è in arrivo sulla Luna una squadra di ricognizione per riparare il Mietitore danneggiato, e i due cloni sanno bene che saranno entrambi uccisi, appena scoperti insieme) e dall’altro si occupa di analizzare nel dettaglio la psicologia della persona Sam Bell (che in realtà non vediamo mai: ne sentiremo solo la voce al telefono) attraverso l’incontro di due suoi cloni. E’ chiaro che al regista interessa creare innanzitutto un’opera di intrattenimento, e non un trattato di filosofia, perché il film ha un ritmo decisamente veloce, colpi di scena e addirittura ‘combattimenti’, ma allo stesso tempo vuole che l’intrattenimento funzioni anche ad un livello superiore: il punto di forza del film sono infatti i suoi momenti tranquilli, i dialoghi tra i due cloni che rivelano tutte le sfaccettature, i pregi e i difetti, le vittorie e i fallimenti del protagonista. Tra i due cloni si instaura (con qualche iniziale difficoltà) un rapporto di grande complicità: scoperto l’inganno della Lunar, e trovata sia la “stanza segreta” (il luogo dove sono ammassati decine di “Sam Bell” ibernati e pronti ad essere utilizzati) che il luogo dove i vari “Sam Bell” vengono subdolamente uccisi, credendo invece di rientrare a casa, i due trovano una nuova ragione di vita nel tentativo di smascherare l’inganno della multinazionale. Inizialmente risvegliano un terzo clone, con l’obiettivo di ucciderlo e porlo presso il Mietitore danneggiato dall’incidente (dove effettivamente la squadra di soccorso in arrivo sulla Luna si aspetta di trovarlo) mentre il vecchio Sam fa ritorno sulla Terra a bordo della capsula di spedizione dell’Elio-3.

Il piano va in rovina perché il vecchio Sam sta sempre peggio fisicamente: è chiaro che i cloni hanno una “durata programmata” e non sopravvivono più dei tre anni previsti per il lavoro. Sarà quindi il vecchio Sam, morente, ad essere posto sul luogo dell’incidente al Mietitore, mentre il terzo clone è lasciato in infermeria pronto per il risveglio e il nuovo Sam fa rientro sulla Terra a bordo della capsula. In tutto questo, i cloni sono aiutati dalla seconda, grande, presenza del film: il robot GERTY è un personaggio frutto di oltre cinquant’anni di letteratura fantascientifica sulle intelligenze artificiali, da Asimov in avanti. Dalle sembianze assolutamente non umane, GERTY comunica con gli uomini non solo a voce, ma anche tramite un piccolo display sul quale appaiono delle vere e proprie emoticon: se la voce è sempre robotica, fredda e distaccata (da ascoltare assolutamente in lingua originale la performance di Spacey) possiamo comunque capire quello che prova attraverso le “faccine” sul display, scelta visiva geniale da parte di Jones. Non solo: nonostante sia un robot della Lunar programmato per tenere a bada i cloni, GERTY ha anche l’obiettivo di servirli, e per questo sarà un utile deus ex machina per il/i protagonista/i, salvando spesso la situazione. Abbiamo quindi in questo film una delle rappresentazioni più originali di un robot viste negli ultimi anni al cinema, un robot che riesce a stabilire un legame coi protagonisti, arrivando ad aiutarli contro l’interesse della stessa azienda che l’ha programmato. Nel finale il piano riesce: la squadra di soccorso non si accorge dell’inganno e trova il cadavere del vecchio Sam vicino al Mietitore danneggiato, il nuovo Sam parte verso la Terra mentre il terzo clone sta per risvegliarsi in infermeria, assistito da GERTY. Nelle inquadrature finali vediamo la capsula di Sam ormai prossima all’arrivo sulla Terra, mentre in sottofondo sentiamo (con uno stacco temporale) le voci off di notiziari da tutto il mondo che riportano le notizie del suo atterraggio con tanto di scandalo internazionale per la Lunar Industries (e l’immancabile commento di difesa: “E’ solo un immigrato clandestino”). Dove siamo adesso?

From father to son…

“Mio padre fu ovviamente prolifico nel fare musica ma recitò anche, e io credo che il divertimento più grande fosse quando eravamo sui set. Credo di aver preso allora il contagio” (Duncan Jones)

Moon03Il contagio di Jones è la passione per il cinema ereditata da David Bowie, suo padre. A meno di 5 anni è già sul set di L’Uomo che cadde sulla Terra insieme a lui, e così sarà per tutti i successivi film di Bowie almeno fino a Labyrinth. È sempre Bowie a mostrare al figlio di soli otto anni Arancia Meccanica, appena uscito in videocassetta, e ad aiutarlo nei primi esperimenti con la macchina da presa (la realizzazione di piccoli corti amatoriali realizzati in animazione stop motion). Dopo la laurea in filosofia nel 1995 presso il College of Wooster e abbandonato prima della conclusione un dottorato di ricerca presso la Vanderbilt University, Jones intraprende gli studi di cinema presso la London Film School ed ottiene la laurea in regia cinematografica nel 2001. Il suo primo film è Whistle, un cortometraggio di circa 30 minuti del 2002 (“dedicato a tutti i papà.. ovunque si trovino”) che è possibile recuperare tra i contenuti extra del dvd di Moon: è un corto sci-fi/drammatico, sulla storia di un cecchino professionista di nome Ryan, interpretato da Dominic Mafham, che vive in un piccolo paesino delle campagne inglesi (in realtà le riprese in esterni sono state effettuate in Svizzera) e grazie ad un’arma iper tecnologica, collegata con satelliti e videocamere, riesce ad eliminare i bersagli che gli vengono richiesti dai propri superiori anche ad una distanza di centinaia di chilometri.

Ryan ha una moglie e un figlio, e capiamo che sta cercando di ristabilire con loro un rapporto sereno dopo alcuni problemi. Un giorno, durante il lavoro, elimina per errore anche la figlia piccola del proprio bersaglio e, sconvolto dai sensi di colpa, decide di recarsi a Londra per parlare con la madre della bambina (e probabilmente rivelare la natura del suo lavoro e il nome dei propri superiori). Il corto si chiude sulle note di Subterraneans di David Bowie, con Ryan che si rende conto di essere diventato a sua volta un bersaglio dei propri ex colleghi. Già in questo primo esperimento ufficiale di cinema (curiosità: il corto è prodotto dalla nonna paterna di Jones, Margaret Mary Jones) emergono sia la mano sicura di Jones nella regia (né questo, né il successivo Moon hanno i tipici difetti di regia e montaggio delle opere prime) che alcune tematiche chiave, evidentemente care all’autore, che saranno poi presenti anche nel suo secondo lungometraggio, Source Code. I protagonisti del cinema di Jones sono uomini che svolgono lavori molto particolari, impossibili nella realtà, e che hanno problemi in famiglia: Ryan è un ‘cecchino high-tech’ che deve isolarsi dal resto del mondo, in una casetta sperduta nella campagna, sia per svolgere il proprio lavoro che per recuperare un rapporto difficile con moglie e figlio; Sam è un operaio lunare che ha dovuto raggiungere la Luna per riaggiustare un rapporto in crisi con la moglie e si ritroverà davanti al proprio doppio (tema, quello del doppio, molto caro a Bowie); Colter (in Source Code) è un soldato costretto a rivivere in loop 8 minuti su un treno prima di un’esplosione e che, quando scopre di avere poco tempo per vivere, ne approfitta per una telefonata chiarificatrice al padre.

Il lato umano dei propri protagonisti, e le loro relazioni con gli altri personaggi, sono l’aspetto più interessante per questo regista, che decide sempre di utilizzare la fantascienza come un semplice concept di partenza, come sfondo delle proprie storie, per creare un contesto impossibile nella realtà e nel quale restano in primo piano i drammi umani dei personaggi. Non è una fantascienza dove quello che conta sono gli effetti speciali e le esplosioni: è una fantascienza che funziona benissimo come intrattenimento puro, ma che ha anche una propria dimensione intellettuale.  E’ quella fantascienza che David Bowie scoprì nella letteratura degli anni ’50 e ’60, e che suo figlio Duncan scoprì nel cinema degli anni ’70. Tutto Moon è un grande omaggio a quel tipo di fantascienza, sia letteraria e cinematografica: contiene riferimenti a Silent Running (2002: La seconda Odissea, capolavoro quasi dimenticato di Douglas Trumbull, del 1972) nel mostrare un uomo solo nello spazio in compagnia di robot e piante, ad Alien (di Ridley Scott, 1979) nella fotografia in interni e nel design delle ambientazioni spaziali e dei veicoli, ad Outland (Atmosfera Zero, di Peter Hyams, 1981) per il tono generale e per alcuni aspetti della trama (l’arrivo dei killer da lontano, ma più in generale l’idea di “operai spaziali” sfruttati con l’inganno). Lo stile di regia di Jones ricorda da vicino quello di uno dei più grandi registi americani di genere degli ultimi decenni: John Carpenter, specialmente per il suo film d’esordio Dark Star (1974). Come Carpenter, anche Jones opta sempre per la strada più complicata: far muovere la macchina da presa sempre il minimo indispensabile e solo quando serve.

Nonostante il budget di 5 milioni di sterline gli potrebbe permettere qualche soluzione “spettacolare” di regia, Jones preferisce optare per una regia essenziale, senza piani sequenza, carrellate o zoom rapidissimi, perché decide che il ritmo del film deve essere dato esclusivamente dal montaggio. Jones preferisce lavorare con l’atmosfera, e questa oggi non è una scelta banale. Ci sono altre due pellicole, due colonne portanti del cinema non solo di fantascienza, che hanno influenzato in maniera notevole Jones per lo sviluppo di Moon, ovvero 2001: Odissea nello Spazio e Blade Runner. Chiunque conosca David Bowie sa che il capolavoro di Kubrick (1968), in particolare il momento in cui l’astronauta David Bowman si perde tra le stelle, è stato fonte d’ispirazione per il brano Space Oddity (1969, primo successo commerciale per Bowie) in cui un altro astronauta, Major Tom, subisce la stessa sorte: quarant’anni dopo, Jones utilizza per il suo film d’esordio (guarda caso, il protagonista è un astronauta) una citazione di un altro grande tema del film del Maestro, e lo fa ribaltando il rapporto tra l’uomo e la macchina. L’intelligenza artificiale Hal 9000 proposta da Kubrick si ribellava al volere dell’uomo, mentre quella proposta da Jones (GERTY è dichiaratamente ispirato ad Hal) stabilisce con l’uomo un rapporto di complicità: entrambi i robot, però, cominciano ad agire ad un certo punto secondo il proprio volere.

Blade Runner è invece il film preferito di Jones, nonché probabilmente il film più importante e innovativo degli ’80, tutt’ora insuperato: la storia dei replicanti, che lavorano sulle ‘colonie extramondo’, con una vita dalla durata massima di 4 anni e che fuggono sulla Terra per ritrovare il proprio creatore, potrebbe essere quasi una continuazione perfetta per la storia di Moon. O meglio: partendo dalle riflessioni scatenate da numerose visioni del capolavoro di Ridley Scott, Jones ha ideato la trama di Moon ispirandosi per il suo Sam Bell proprio alla storia di quei “lavori in pelle” capitanati da Roy Batty/Rutger Hauer. Presentato per la prima volta al Sundance Film Festival il 23 gennaio 2009, con un David Bowie visibilmente orgoglioso sul red carpet insieme al figlio, Moon ha riscosso consensi unanimi dalla critica internazionale, il che gli ha permesso di ottenere distribuzione in tutto il mondo (Italia compresa) entro la fine dell’anno. Il film ha inoltre vinto 18 premi, tra vari festival e critica, i più importanti dei quali sono un BAFTA Award a Duncan Jones come miglior regista esordiente e un Hugo Award a Jones e Parker come miglior rappresentazione drammatica.

… from son to father

“A man lost in time
Near KaDeWe
Just w
alking the dead..”

Moon02Quasi quattro anni dopo la presentazione di Moon al Sundance, David Bowie interrompe a sorpresa un silenzio discografico durato quasi nove anni e mezzo. È l’8 Gennaio 2013, giorno del compleanno di Bowie, quando sul suo sito, su Vevo e su YouTube appare un nuovo singolo: è una canzone malinconica sul senso di alienazione di un uomo che vaga per la Berlino dei giorni nostri, mescolando i ricordi di quando la città era ancora divisa dal muro e perdendo il senso del tempo. Il titolo del brano è Where are we now? come la domanda ambigua che suo figlio Duncan poneva all’inizio di Moon. Il 19 Novembre del 2015 è invece ora per Bowie di riportare in scena per l’ultima volta il suo astronauta Major Tom, nel videoclip di Blackstar che probabilmente entrerà nella storia come il migliore di tutta la sua carriera: l’astronauta è ormai giunto al termine del proprio viaggio stellare, iniziato con Space Oddity, e i suoi resti mortali giacciono su un pianeta dallo strano paesaggio che ricorda quello lunare, illuminato da un’enorme stella nera. E’ da quella stella nera che il suo scheletro decapitato sarà attratto poco dopo, stella che occupa anche l’intera cover dell’album e che ricorda moltissimo il misterioso monolito nero di 2001: Odissea nello Spazio, che guidava gli uomini dall’età della pietra fino alle esplorazioni spaziali. Nelle primissime inquadrature del videoclip osserviamo la tuta spaziale consumata dal tempo di Major Tom, e possiamo notare un piccolo particolare: una spilla gialla, rotonda, con sopra disegnata la faccina sorridente “J” esattamente identica a quella che appariva sul display del robot GERTY in Moon. Per il congedo con la sua prima grande maschera, Bowie ha scelto di inserire anche un’altra citazione all’opera di Duncan, segno di un forte legame affettivo tra padre e figlio che si è trasformato anche in legame artistico. 

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