L’ossessione di Bowie per il Buddismo (# 1)

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L’ossessione di Bowie per il Buddismo (Part 1)

Proseguiamo la nostra rubrica volta a scoprire gli aspetti meno noti della ricerca esoterica di Bowie, accompagnando l’evoluzione cronologica della carriera dell’artista. Iniziamo, dunque, dagli esordi. Il primo Bowie, come è noto, si muove con fervida curiosità nel fertile e confuso humus controculturale di metà anni ’60. Anni di letture voraci, influenze contrastanti, incontri decisivi, svolte continue. Come una spugna intellettuale, Bowie legge, studia, ascolta, capta, rielabora, venera e disprezza icone e simboli, nel complesso processo alchemico di costruzione di una delle più affascinanti personalità artistiche della sua epoca. Nel 1967, suggestionato dalle pagine fluviali, ritmate da abissi di disperazione e improvvise illuminazioni, di Jack Kerouac, Bowie sviluppa un interesse morboso per il buddismo.

Non si tratterà solo di un’infatuazione intellettuale: per tre mesi Bowie pratica l’isolamento monastico, seriamente intenzionato a diventare un monaco. Il giovane musicista contattò l’insegnante Chögyam Trungpa Rinpoche dichiarando la sua ferma volontà di prendere i voti. Dopo un breve colloquio, il monaco consigliò a Bowie di proseguire la sua carriera artistica, seguendo i suoi talenti e la sua ispirazione. Credo che dobbiamo tutti un buon tè al gelsomino alla persona che ha instradato David Robert Jones a divenire definitivamente David Bowie. Anche se non diverrà un monaco, il giovane artista continuerà ad occuparsi ossessivamente di ricerche relative al buddismo. Abbiamo testimonianze dirette delle persone che frequentavano in quegli anni il ragazzo che stava per comporre Space Oddity. Il manager degli esordi, Kenneth Pitt commentò in seguito che l’unica cosa che non riusciva a fronteggiare delle bizzarrie dell’artista era proprio la sua ossessione buddhistica. Angie Bowie (che sappiamo non essere la fonte più affidabile della storia,ma che forse non ha motivo di mentire riguardo questo aspetto) sottolinea come il suo precedente marito fosse particolarmente attratto dalle zone più oscure e insidiose della religione tibetana.

Ciò che molti forse non sanno, infatti, è che dietro i sorrisi benevolenti e i messaggi di pace, il buddismo tibetano presenta componenti inquietanti, vicine tecnicamente alla magia nera, al commercio con le anime dei defunti, a quelle che in un linguaggio occultistico sbrigativo potremmo indicare come dinamiche di possessione ed esorcismo. Un “lato oscuro” che suggestionò autori occidentali come Allen Ginsberg e che, come dichiarato dallo stesso Bowie successivamente, sarà la sua principale area d’interesse. Sappiamo (e affronteremo più in là in questa rubrica) quanto dovrà pagare in termini psichici questa fascinazione luciferina per l’occulto.

DAVID BOWIE – KARMA MAN

Evidente testimonianza artistica di questa “strange fascination” (ben più dell’esplicito richiamo di Karma Man) è certamente Silly Boy Blue, brano dalla melodia suadente e il cantato in perfetta linea con le ballate di fine anni’60, ispirata al libro Seven Years in Tibet (1953) di Heinrich Harrer. Le descrizioni dei monti di Lhasa inondati dalla pioggia e delle statue di burro che sciolgono al sole sono chiare referenze del testo.

DAVID BOWIE – SILLY BOY BLUE

Bowie fu folgorato dalla lettura, racconto autobiografico di Harrer, scalatore nazista inviato dal governo hitleriano (pare proprio dal famigerato Himmler) a compiere l’impresa di scalare le montagne l’Himalaya:una commistione pericolosa, quella tra filosofia orientale e distorto superomismo fascistoide, che tornerà ad inquietare le liriche di Bowie per la prima parte del decennio successivo. La ricerca spirituale di Bowie verrà indubbiamente ispirata anche dal grande fascino estetico dell’impresa titanica di Harrer; come sappiamo in Earthling  il Nostro comporrà un brano chiamato proprio Seven Years in Tibet, uscito nel 1997, lo stesso anno del celebre film di Jean Jacques Annaud, ma senza avervi alcuna relazione diretta.

DAVID BOWIE – SEVEN YEARS IN TIBET

Come sempre, le antenne siderali dell’ispirazione di Bowie erano in grado captare in anticipo i fermenti artistici a lui contemporanei. Si tratta di un brano drammatico, ispirato, nelle parole dell’autore, “alla disperazione e all’agonia percepita dai giovani tibetani le cui famiglie erano state uccise e che erano stati ridotti a meri codici simbolici nel loro stesso paese”. Non possiamo certo affermare che Bowie abbia condotto una vita in linea con i principi del buddismo classico (distacco dai sensi, estinzione del desiderio, astinenza e devozione), ma certo il contatto con una filosofia spirituale così complessa e profonda ha sotterraneamente rappresentato un faro interiore per il suo percorso, che come quello di molti grandi artisti del Novecento ha provato, a volte confusamente, ad applicare in vita uno dei più famosi Proverbi Infernali di William Blake: “La via degli eccessi conduce al Palazzo della Saggezza”. Tutto ciò, tacendo del supporto e delle esibizioni in sostegno alla causa tibetana.

Non è un caso che in conclusione del suo percorso esistenziale Bowie abbia disposto nel testamento la propria celebrazione funebre secondo “il rito buddista di Bali”, che prevede di spargere le ceneri del defunto nell’isola.

Che il Nirvana possa accogliere nella sua pace immortale l’artista che più ha incarnato il cangiante scorrere del divenire.

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Per approfondire:
http://www.lionsroar.com/that-time-david-bowie-almost-became-a-buddhist-monk/

http://www.telegraph.co.uk/culture/music/rockandpopmusic/12131199/Bowie-wanted-ashes-scattered-in-Bali.html

http://www.patheos.com/blogs/americanbuddhist/2016/01/david-bowies-fascination-with-tibet-and-buddhist-influence.html

http://www.telegraph.co.uk/men/thinking-man/david-bowies-buddhist-david-rang-me-up-and-said-i-have-a-very-bi/

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