Bowie Is Mine : Jarvis Cocker

David Bowie BBash
19 maggio 2016
LP Italia
20 maggio 2016
Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

BOWIE IS MINE a cura di Leo Mansueto
Jarvis Cocker: me and Mister Jones

Classe differente, voce baritonale e modi da dandy delle periferie. Luccicante icona del britpop nel bel mezzo dei controversi anni Novanta, Jarvis Cocker from Sheffield ha una storia che comincia da lontano e che in più di un’occasione ha incrociato, strizzato l’occhio e pagato debito di riconoscenza alla musica e alla figura di David Bowie. Artisticamente attivo dalla fine degli anni Settanta, Jarvis conosce il meritato successo solo nel 1995, anno dell’agognato e definitivo trionfo dei suoi Pulp, headliner di “ripiego” del Glastonbury Festival in seguito all’improvvisa defezione degli Stone Roses. Fu quello il palcoscenico perfetto per l’ufficiale consacrazione dell’uomo in giacca e cravatta e delle canzoni di “Different Class”, album il cui “avviso agli ascoltatori” recita esplicito: “Non vogliamo avere problemi, vogliamo soltanto avere il diritto di essere diversi. Questo è tutto.” Statement da outsider che riecheggia nelle parole con cui, 20 anni dopo, Jarvis Cocker ha voluto salutare David Bowie nel giorno della sua scomparsa. “Era come un ombrello per tutti coloro che si sentivano un po’ diversi – ha raccontato dai microfoni della BBC. E’ stato una sorta di faro che ha indicato la strada e fatto capire che era giusto essere diversi, sperimentare, colorarsi i capelli e indossare abiti strani”.

Apologia della diversità, ma non solo. Il tributo del cantante dei Pulp va oltre e abbraccia altri aspetti dell’eredità bowiana: “Tutti possiamo parlare di David Bowie. Ma la cosa migliore che possiamo fare oggi è ascoltarlo, guardare i suoi film e realizzare una volta di più che artista fantastico sia stato, quante maschere abbia indossato e quanto incredibile sia la mole di lavoro che è riuscito a sviluppare. […] Oggi è ovviamente un giorno triste, ma il fatto che, consapevole della sua malattia, Bowie sia riuscito a rimanere creativo e a mantenere il pieno controllo della sua immagine fino alla fine, mi rende felice. Una cosa del genere può solo essere di ispirazione per chiunque.”

brian-eno-jarvis-cocker-and-david-bowie-1452878535-view-0

Brian Eno, Jarvis Cocker & David Bowie

Non sono dichiarazioni di circostanza le sue. La passione di Jarvis Cocker per David Bowie ha origini antiche e passa anche attraverso la comune venerazione per Scott Walker, fra l’altro produttore, va ricordato, di “We Love Life”, l’album del 2001 dei suoi Pulp. Il crooning di Walker, le fascinazioni glam, l’ambiguità dei suoi testi più popolari, il racconto della vita ordinaria delle realtà suburbane: sono tanti i punti di contatto con Bowie. Eppure, le occasioni di incontro dei due sono state pochissime.
La prima risale all’8 novembre del 1995, quando a Jarvis venne dato l’onore di chiamare sul palco dei Q Award i magnifici due: David Bowie e il suo leggendario sodale Brian Eno. “Se dovessi introdurre l’uno all’altro” raccontò sornione alla platea, prima della consegna del Q Inspiration Award, “li presenterei come Mister Hunting Knife e Mister Liver Salts”. Che era pressappoco come dare del “coltello da caccia” a Bowie e del “digestivo” a Brian Eno: un modo ironico e “molto Pulp” di sottolineare la loro speciale complementarità.

jarvis-y-walker

Jarvis Cocker & Scott Walker

Due anni dopo Jarvis Cocker ebbe poi la possibilità di intervistarlo, David Bowie. Una lunga chiacchierata telefonica per un numero del magazine Big Issue eccezionalmente diretto dal provocatorio Damien Hirst. Focalizzata sul tema del fumo, del fumare (già idea centrale del film del 1995 di Wayne Wang “Smoke”, scritto e co-diretto da Paul Auster), quell’intervista resta un delizioso concentrato di argute e divertenti riflessioni sul potere delle dipendenze, sulla futilità della corsa al successo, sulle sigarette, sulla famiglia e sul senso della vita e della morte. “L’idea di parlare di fumo fu di Damien”, ricorda Jarvis. “Fu una buona trovata. Altrimenti, da dove cominci quando hai davanti a te qualcuno che ammiri profondamente? Se ti mostri agitato e dichiari la tua grande ammirazione, quello si metterà inevitabilmente sulla difensiva”. La chiacchierata si apre con una domanda sulla dipendenza dalle sigarette, unico vizio che ancora resisteva nelle abitudini di Bowie.
La risposta: “Penso che ci siano ancora molte droghe nella mia vita: la caffeina, il fumo e, probabilmente, ho sviluppato anche una certa dipendenza dalla televisione, da alcuni giornali e dall’arte.” Domanda classica, poi, sugli effetti delle sigarette sulla voce. Bowie: “Sono abbastanza sicuro che canterei molto meglio se non fumassi. Ho perso molte note del registro più alto a causa dei tanti anni da fumatore, ma qualcuno mi ha fatto notare che fumare spesso aiuta le persone a credere che sarebbero migliori se avessero smesso…”.
Nell’intervista (che potete leggere integralmente (QUI), c’è anche una domanda direttamente collegata all’incipit di “Rock’n’Roll Suicide”: “Time takes a cigarette, puts it in your mouth, you pull on your finger, then another finger, then your cigarette…”. Bowie: “Quel verso era una sorta di plagio di Baudelaire. La vita come una sigaretta: la fumi in fretta oppure te la gusti.” “Ho sentito Damien dire che ogni volta che fuma una sigaretta pensa alla morte”, lo incalza Jarvis. “Succede anche a te?”. Bowie: “Non c’è momento che io non pensi alla morte. Ho fumato per tutta la mia vita e mi risulta difficile non mettere insieme le due cose. Sai, sono piuttosto rilassato su quel che riguarda la durata della mia esistenza. E’ un po’ come dire: quando succederà, succederà…”.

Dopo quell’intervista, ancora un paio d’album sotto la sigla dei Pulp e Jarvis Cocker sarebbe andato avanti da solo, diviso fra canzoni a proprio nome (gli album “Jarvis” e “Further Complications”), un disco sotto lo pseudonimo di Darren Spooner, collaborazioni con Nancy Sinatra, Marianne Faithful, Charlotte Gainsbourg, Air e Beth Ditto, concerti (in scaletta anche occasionali cover di “Starman” e “Space Oddity”), trasmissioni televisive e radiofoniche per la BBC ed happening culturali come lo spassoso incontro con il regista de “L’uomo che cadde sulla Terra”, l’ultraottantenne Nicolas Roeg, organizzato nel 2013 dal Winter Shuffle Festival.

“Sempre nel 2013” racconta con rimpianto, “sono stato a un passo dal rivedere Bowie. Ero a New York per un lavoro con la Michael Clark Company e sapevo che lui sarebbe venuto a vederci; dopo la performance, però, dovetti andare via di fretta perché avevo un concerto con i Pulp. Uscii da un porta e nel giro di 10 secondi Bowie entrò da un altro ingresso: non ci incontrammo per una questione di secondi…”.

Lo stesso anno, testimone speciale di un’intera generazione di fan inglesi, Jarvis è sul palco del V&A Museum per il documentario di Hamish Hamilton che celebra la grande mostra “David Bowie Is”. Attacca il suo discorso parlando con entusiasmo misto a sorpresa dei manoscritti bowiani presenti alla mostra, rivelatori di una calligrafia che sembra appartenere a una quattordicenne. Niente di nuovo per il fan medio di Bowie, visto che, com’è noto, sul retrocopertina di “Hunky Dory”, nel lontano 1971, Bowie aveva già  svelato al mondo la sua scrittura “rotondamente adolescenziale”. “Probabilmente” osserva Jarvis, “anche questo faceva parte del suo fascino: era uno di noi”.

Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.
Simple Share Buttons
Simple Share Buttons