‘iSelect’: le note tradotte e commentate

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Il 29 giugno 2008 il quotidiano The Mail On Sunday allegò alle proprie copie distribuite nel Regno Unito e in Irlanda un best di David Bowie in forma di CD. Si trattava di iSelect, una raccolta di 12 brani compilata dallo stesso artista. Alcune tracce apparivano scontate ma altre decisamente meno. In seguito iSelect venne commercializzata, e in tempi più recenti ristampata su vinile rosso (limitato a 2500 copie, dicono), in occasione della tappa francese della David Bowie Is… exhibition (2015). Recentemente il giornalista e attuale editor in chief di GQ inglese Dylan Jones, nell’intervista che mi ha concesso in occasione dell’uscita della sua biografia David Bowie: A Life, mi ha confermato che dietro a questa operazione c’era proprio lui, allora direttore di The Mail On Sunday. La cosa in assoluto più interessante erano tuttavia le note che David dedicava ad ogni canzone della tracklist. Rivelatrici, ironiche, con particolari sconosciuti… esse sono la dimostrazione che nell’era della musica liquida il booklet di un CD fa ancora la differenza, soprattutto se è David a raccontarci la sua versione della storia. “Scrittore” bizzarro Bowie, perchè in una delle note chiarisce di avere voluto utilizzare almeno una parola desueta per ciascun commento alle varie canzoni. Oltre all’esplicito RECIDIVISM in Loving The Alien, alcuni termini che mi sembrano avere questa particolarità sono: COGNOMEN, TEMPO, COMRADES, ERSATZ, CASTANETS… Non credo invece di sbagliare dicendo che si tratti dell’unico esempio, nell’ambito della discografia bowiana, nel quale l’autore parla diffusamente ed analiticamente delle proprie creazioni, accludendo il contenuto nel prodotto stesso (mi sento di escludere le note a The Buddha of Suburbia, essendo esse focalizzate più che altro sul progetto musicale in generale). La generosità e la parziale ricchezza di dettagli di queste note non sono cose proprio da sottovalutare, dal momento che Bowie nel 2008 era in pieno “ritiro mediatico”, e mai più sarebbe tornato a parlare sui propri progetti, nè passati, presenti o futuri. Nell’ottobre del 2008 il sito ufficiale Bowienet mise a disposizione un link apposito dove erano scaricabili le traduzioni delle note nelle lingue principali, dal cinese al portoghese, italiano compreso. Me ne sono accorto solo recentemente, ora che la pagina non è più attiva (probabilmente da anni). Dovrete accontentarvi della mia traduzione, alla quale ho aggiunto un breve commento per ciascuna canzone.

Per questa compilation ho selezionato 12 delle mie canzoni, delle quali sembra non mi sono ancora stancato. Poche di esse sono famose, ma molte vengono cantate ancora ai miei concerti. Di solito da me. Iniziamo con le hit.

LIFE ON MARS?
Questa canzone era così orecchiabile. Essere giovani era facile. Una giornata davvero bella nel parco, seduto sugli scalini del palco. “Marinai bap-bap-bap-bap-baaa-bap.” Una eroina alienata (non aforistica). Estasi borghese. Avevo camminato fino a Beckenham High Street per prendere un autobus per Lewisham, con l’intento di comperarmi delle scarpe e delle camicie, ma non riuscivo a togliermi questo motivetto dalla testa. Saltai giù dopo due fermate e ritornai a casa per Southend Road. Il mio spazio di lavoro era una grande stanza vuota con una poltrona chaise longue; un paravento art-noveau comperato a pochi soldi (William Morris, per chi lo chiede); un grande posacenere straripante e un pianoforte a coda. E poco altro. Iniziai a lavorare al piano e per il tardo pomeriggio avevo l’intero testo e la melodia. Un buon pezzo. Rick Wakeman venne un paio di settimane più tardi e abbellì la parte di piano e il chitarrista Mick Ronson creò uno delle sue prime e migliori partiture per archi per questa canzone che ora è divenuta una parte immancabile dei miei spettacoli dal vivo.
David Bowie

Tra tutte le tracce di iSelect questa è la più celebre, uno degli evergreen e masterpiece più ascoltati di Bowie. Tenendo conto delle dovute differenze, azzardo che Life On Mars? fu per Bowie quello che Love Me Do e Killer Queen furono rispettivamente per i Beatles e i Queen: la canzone perfetta. Non tanto in termini di vendita o successo, ma in quanto incarnante il raggiungimento di un equilibrio e stile unici, perfettamente identificabili con il proprio autore. Eppure il testo rimane incredibilmente enigmatico. Negli anni si sono fatte le più disparate ipotesi su chi fosse “the girl with mousy hair”: forse la tanto amata Hermione oppure chissà quale altra ragazza. Il mio parere invece è che David avesse trasfigurato se stesso in un alter-ego femminile, qualcosa di non troppo strano per un autore che in quel periodo portava i capelli lunghi e qualche mese dopo avrebbe fortemente giocato sull’ambiguità sessuale. Il patetico “affair” in un “sogno sommerso”, l’allusione ai genitori, il fascino per il “silver screen”… potrebbero essere tutti elementi autobiografici di un artista ancora alla ricerca di conferme, una mente sognante e in parte depressa per non aver ancora raggiunto il grande successo. In ogni caso in questa raccolta David ci fa un enorme regalo, raccontandoci – seppur brevemente – la genesi di questo splendido e amatissimo brano. Colpisce inoltre come Bowie condividesse probabilmente la stessa Musa di Paul McCartney – il quale una volta raccontò di avere letteralmente sognato la melodia di Yesterday. Eppure non andrebbe sottovalutato che le note a questa canzone rivelano qualcos’altro di davvero importante per il giovane cantante: le felici giornate della propria gioventù spese a oziare nei parchi o per le strade di Londra. I suoi “perfect days” che ricorda con una nostalgia solo momentaneamente spezzata dal resoconto della propria vena artistica, tanto che presto ritorna ad indugiare con la memoria sui pochi oggetti d’arredamento che si trovavano nella stanza di Haddon Hall, dove furono partoriti alcuni altri incredibili brani. Il posacenere (definito ‘freestanding’, autoreggente), la poltrona e il paravento: li possiamo osservare nello scatto in bianco e nero alternativo per la cover dell’album The Man Who Sold The World. Una stanza sostanzialmente vuota di oggetti, ma ricolma di ispirazione, idee e musica.

SWEET THING/CANDIDATE/SWEET THING
Non riuscii ad ottenere i diritti teatrali del libro ‘1984′ dalla vedova di George Orwell e avendo già scritto tre o quattro canzoni a riguardo, feci un rapido dietro-front e riciclai l’idea per ‘Diamond Dogs’: dei punk adolescenti su degli arrugginiti skateboard sopra i tetti della distopica città di Hunger City; un paesaggio post-apocalittico. Un pezzo centrale per quella che doveva essere una produzione teatrale era ‘Sweet Thing/Candidate/Sweet Thing’, che scrissi utilizzando il metodo cut-up di William Burroughs. Butti giù un paragrafo o due scrivendo di diversi argomenti, creando – suppongo – una specie di lista di ingredienti per una storia, e poi suddividi le frasi in quattro o cinque sezioni di alcune parole; le mescoli e le ricomponi. Puoi ottenere alcune interessanti combinazioni di idee come questa. Puoi utilizzarle come sono oppure, se sei terrorizzato dal perdere il controllo, elimini queste idee e scrivi una nuova intera sessione. Stavo cercando di creare un mondo depravato che potesse essere popolato da personaggi come Kurt Weill e John Rechy – una atmosfera del genere. Un ponte tra la Beckenham di Enid Blyton e la New York dei Velvet Underground. Ma senza Noddy. Pensavo fosse evocativo passare dal sussurro della melodrammatica ‘Sweet Thing’ al sound sporco di ‘Candidate’ e indietro. Per qualche sconosciuta ragione ho smesso di cantare questa canzone a metà anni ’70. Sebbene non abbia mai avuto la pazienza e la disciplina per applicarmi nel terminare l’idea di un musical teatrale se non gli spettacoli rock per i quali sono conosciuto, so cosa avrei tentato di produrre, se lo avessi fatto. Non mi sono mai appassionato per i musical tradizionali. Trovo terribilmente arduo sospendere la mia incredulità quando il dialogo sfocia improvvisamente nella canzone. Penso che una delle poche persone in grado di far funzionare questa cosa sia Stephen Sondheim con opere come ‘Assassins’. Preferisco di gran lunga pezzi interamente cantati nei quali c’è poco o nessun dialogo. ‘Sweeney Todd’ è un buon esempio, naturalmente. ‘Peter Grimes’ e ‘The Turn Of The Screw’, entrambe di Benjamin Britten, and ‘The Rise And Fall Of The City Of Mahagonny di Weill’. Sarebbe fantastico essere in grado di fare qualcosa come quello.
David Bowie

Il testo originale del medley venne venduto all’asta da Christie’s nel giugno del 2011. Queste due pagine manoscritte risalgono alle registrazioni presso gli Olympic Studios di Barnes (Londra) a inizio 1974.

Nella nota a uno dei suoi capolavori di metà anni ’70, un trittico che definire musicalmente splendido è poco (anche liricalmente e specialmente dal punto di vista del cantato), Bowie ci spiega per filo e per segno la tecnica del cut-up. Sebbene non ci sia nulla di nuovo per chi lo segue da tempo, fa comunque un certo effetto leggere le sue parole a riguardo. La parte più interessante riguarda però il vero e proprio meltin’ pot che ispirò questa traccia contenuta nei ‘Cani di Diamante’. La sua versione effettiva di 1984, e quella che avrebbe potuto finire sul palcoscenico di un teatro. Qui David dimostra ancora una volta, come se ve ne fosse bisogno, quanto diversi e anche bizzarri erano gli elementi che lo affascinavano, e che sapeva frullare con il proprio genialoide talento, per creare qualcosa di nuovo. Solo lui poteva ideare una sorta di ibrido che avesse per modelli la letteratura per ragazzi della conterranea Enid Blyton e le liriche viziose dell’americanissimo Lou Reed. Oltre ad autori e opere universalmente conosciuti (Weill, Britten, Sweeney Todd…) Bowie cita il meno conosciuto John Recky, autore americano di romanzi e drammi che trattano di omosessualità e hanno per protagonisti personaggi ambigui che vivono al limite della società. Sicuramente non è un caso che il Nostro in tempi più recenti, nel tentativo di produrre una stravagante opera teatrale, collaborò con il premio Pulitzer Michael Cunningham, un allievo proprio di (un progetto abortito per sopraggiunti problemi di salute e di cui si è avuta notizia solo pochi mesi fa: per approfondire si leggano Stage Oddity in Rebels e L’Arte di Scomparire di Francesco Donadio). È interessante notare come Lazarus, l’unico musical che David riuscì mai a realizzare, e portato in scena praticamente in punto di morte, tutto sommato si dimostri convenzionale – quantomeno nella forma – rispetto ai modelli ai quali qui Bowie dichiarava in generale di ispirarsi. Le ragioni probabilmente sono da ricercasi nella scrittura a 4 mani con Enda Walsh, la mancanza di sufficiente tempo per personalizzare ulteriormente il progetto, ma anche l’inevitabile rifarsi alle fonti (soprattutto il lungometraggio di Nicolas Roeg, del quale fu il protagonista). In fondo il sogno di David di realizzare un musical di materiale completamente originale e sviluppato su pezzi solo cantati si materializzò solo in parte. Lazarus è servito soprattutto per veicolare il suo ultimo incredibile album, ampliare la propria passione riguardante il personaggio di Thomas Jerome Newton per il quale evidentemente aveva ancora molto da dire, e riassumere la propria discografia. Forse è giusto così. David era, e sarà per sempre, ricordato soprattutto come un cantante (per quanto questa sia una definizione tremendamente riduttiva). Il suo talento gli ha certamente permesso di produrre un progetto egregio anche in campo teatrale, fornendogli una ulteriore soddisfazione professionale, ma il suo capolavoro è un album geniale che appartiene, e chiude, una lunga serie di altrettanto incredibili opere discografiche.

THE BEWLAY BROTHERS
L’unica pipa che abbia mai fumato era una economica Bewlay. Era un oggetto comune alla fine degli anni ’60 e per questa canzone utilizzai Bewlay come un cognome – in sostituzione del mio. Non era solo una canzone sull’essere fratelli, così non volli rappresentarla male usando il mio vero nome. Detto questo, non vorrei interpretare il testo della canzone se non alludendo che ci sono diversi fantasmi in essa. Inoltre è un palinsesto. Le circostanze della registrazione me le ricordo a malapena. Era tardi, questo lo so. Ero da solo con il mio produttore Ken Scott; gli altri musicisti erano andati via perché era sera. A differenza del resto di ‘Hunky Dory’, che era stato scritto prima che lo studio venisse prenotato, questo brano era un pezzo ancora da comporre e ritengo sia stato registrato istantaneamente. Avevo un pacco di parole che avevo scritto lungo l’intera giornata. Mi ero sentito lontano e mutevole per tutta la serata, qualcosa prendeva forma nella mia mente. È possibile che avessi fumato qualcosa con la mia pipa Bewlay. Ricordo distintamente un senso di pienezza emozionale. Credo che terminammo tutto quello notte. È come avessi appena finito di bere al Sombrero di Kensington Street o forse al fatiscente La Chasse di Wardour Street. Forte.
David Bowie

© Masayoshi Sukita, 1973

La canzone perfetta per iSelect. Non poteva davvero mancare in questa raccolta. Troppo lunga, oscura e complessa per essere un singolo o un vero e proprio classico, ma assolutamente densa, affascinante e irresistibile. Precedentemente Bowie aveva già confermato che questo brano riguardasse lui e suo fratello. E implicitamente molto di più. Per questo motivo non aggiunge altro sulla questione, forse anche perché si rendeva conto che la sua idea di brotherhood era assai diversa da quella degli altri (e come dargli torto visto che Terry era “mezzo matto” e “mezzo fratello”?). Ricorda (o vuole ricordare) poco ma poi ci regala alcuni preziosi dettagli. Un altro momento di estrema creatività autoriale, questa volta però veicolando letteralmente una montagna di parole. Eppure nonostante questo The Bewlay Brothers è un brano squisitamente poetico. Cantato da David sembra una canzone facilissima, salvo poi inciampare ogni altro verso se solo si prova a canticchiarla. Lo stesso Bowie ci si cimentò dal vivo solo 5 volte in tutto, dopo trent’anni dalla sua incisione: 3 volte durante l’Heathen Tour nel 2002 e 2 volte (Boston e Buffalo) nel 2004 per il Reality Tour. Chi c’era racconta sia stato eccezionale. Beati loro.

LADY GRINNING SOUL
Il pianoforte di Mike Garson apre la più assurda e azzeccata ricostruzione di un numero ‘esotico’ da music-hall. Riesco ancora a vedere le ‘pose plastiche’ come se fossi all’interno di un bar pieno di fumo. Fans, nacchere, molti merletti neri spagnoli e un po’ di altre cose. Sexy, mmm? E per lei Madame? Venne scritta per una meravigliosa giovane ragazza che non vedo da oltre 30 anni. Quando ascolto questa canzone lei è ancora una ventenne naturalmente. Una canzone che ti riporta in modo allettante al passato, così vicino da riuscire a toccarlo. I fantasmi che ritornano tra noi.
David Bowie

La maggior parte degli album di Bowie sono accomunati da una caratteristica interessante. Buoni, geniali oppure meno riusciti, spesso presentano un colpo di coda finale notevole. Pensateci: l’ultima traccia di Hunky Dory o Ziggy Stardust, Station To Station e 1.Outside, Heathen, Reality. Anche Blackstar non fa eccezione. Per ciascuno di essi David vi piazza una traccia conclusiva geniale, spesso la quintessenza perfetta della tracklist che la precede, altre volte una splendida song anomala che si staglia per la propria originalità. Il più delle volte trattasi di una ballata. Rispettivamente The Bewlay Brothers, Rock’n’Roll Suicide, Wild Is The Wind, Strangers When We Meet, Heathen (The Rays), Bring Me The Disco King, Can’t Give Everything Away. La lista potrebbe continuare. Bowie era così geniale che per quel capolavoro di “Heroes”, si inventa una splendida The Secret Life Of Arabia. Quest’ultima, dopo 40 anni esatti, viene ancora troppo ignorata o sottovalutata. Quantomeno non viene considerata per quello che davvero è: un imprevedibile e magnifico suggello ad un album osannato solo per alcune tracce in particolare. Per questo avrebbe fatto un figurone nella tracklist di iSelect. Tuttavia Bowie ebbe tutte le ragioni possibili per inserivi un’altra traccia, che con The Secret a Life Of Arabia però condivide – all’interno della sua discografia – l’assenza di demo, alternate take e versioni dal vivo. Lady Grinning Soul sintetizza perfettamente tutti gli ingredienti di Aladdin Sane: l’evoluzione del sound glam, l’apporto pianistico di Mike Garson e la superba voce di David. Una ballata così imprevedibile che non mette d’accordo nemmeno tutti i fan. Forse per l’assolo spagnoleggiante di Mick Ronson. Ma obiettivamente… come resistere ad un brano prodotto così magnificamente? Nelle note David si lascia trasportare nostalgicamente dai ricordi, e si immerge nei suoi “killing time in the Seventies”, ovvero la breve relazione con Claudia Lennear. Negli ultimissimi anni l’ex cantante soul ha confermato tutto, fornendo alcuni particolari e rivelando anche un recente abbozzo di collaborazione proposta da David in persona per un album solista della vecchia amante, per il quale lui avrebbe fornito le musiche, mentre lei avrebbe pensato ai testi. Recentemente in uno dei suoi numerosi post Facebook, Mike Garson lamentava di non ricordarsi se la ‘Signora Dallo Sguardo Sogghignante’ fosse mai stata eseguita dal vivo. I fan più appassionati invece sanno bene che, chissà perché, David non la eseguì mai. Forse per non intaccare, e lasciare completamente cristallizzato, un ricordo perfetto e per il quale sembrava struggersi profondamente.

Manoscritto originale della canzone

WIN
Questa non è, potrebbe sorprendervi saperlo, un omaggio a Winifred Atwell, sebbene lo avrei voluto dal momento che lei era una vera vincente. In Inghilterra negli anni ’50 era praticamente impossibile per un ragazzino di dieci anni ascoltare canzoni in stile boogie woogybe e rag, sebbene la nostra Winifred li stesse suonando sul suo piano. Nella sua casa di Trinidad era stata tirata su con il blues e il R&B e li aveva suonati per i militari americani che si trovavano in quella base, che ora è conosciuta come il principale aeroporto. Winifred fu la prima artista di colore a vendere un milione di dischi. Era proprio al top. No, questa canzone è a riguardo di, ehm… della vittoria. Danny Sanbor suona il sax. A quel tempo sperimentava alcuni effetti sonori e avrei voluto che avesse osato di più, ma preferì piuttosto diventare ricco e famoso. Quindi ha vinto davvero, non è così?
David Bowie

Le note a questa canzone “minore” tratta da Young Americans servirono a David Bowie per parlare di tante cose, tranne che della canzone stessa, o quasi. Giusto un accenno al titolo e al sax. Un po’ strano. Negando che Win fosse una omaggio alla Atwell, egli comunque voleva sottolineare quanto quella musicista, avesse avuto una grande influenza su di lui. Ancora oggi ci si sorprende quanto ampio fosse il bacino degli artisti che, trascendendo qualsiasi genere e stile musicale, avevano affascinato la mente del giovane David Jones. Questo fu il segreto della sua versatilità. Quello che gli permise di affrontare i più disparati generi musicali, sintetizzando e personalizzando con il proprio talento i canoni delle varie correnti musicali. Passando appunto anche per il soul. L’ascolto dei dischi del padre, i consigli del fratellastro, la crescita in un particolarissimo contesto storico-sociale e culturale furono fondamentali ma non sufficienti. Per ottenere tutti gli elementi che andarono a comporre l’equazione perfetta che si chiamava David Bowie bisognerebbe considerare anche la sua estrema curiosità e una sensibilità fuori dal comune. E probabilmente molto altro. Ma in fondo si trattò di una casuale concatenazione di eventi, una caotica e fortuita combinazione di diversissimi e imprevedibili fattori. Un rebus inspiegabile. Non esiste alcuna ricetta che possa portare un adolescente qualsiasi alle vette della musica e dell’arte. Come non esiste alcuna spiegazione alla formazione di una galassia, o di una stella. Nera.

SOME ARE
Un pezzo tranquillo che io ed Eno scrivemmo nei ’70. Gli ululati dei lupi in sottofondo sono suoni che si possono non cogliere al primo ascolto. Anche se sei un lupo. Sono quasi umani, sia belli che spaventosi. Immagini di un reparto militare napoleonico sconfitto che arrancando torna attraverso Smolensk. Trovando i cadaveri insepolti dei compagni lasciati indietro durante la loro iniziale avanzata su Mosca. O forse un pupazzo di neve con una carota per naso; un biglietto d’ingresso spiegazzato per il Crystal Palace Football Club ai suoi piedi. Il dolore cosmico, per davvero. Mandate le vostre immagini bambini, e la prossima settimana mostreremo le migliori.
David Bowie

A sinistra la back cover di ‘Low’ edizione Ryko, a destra quella della sinfonia di Philip Glass con il secondo movimento ispirato proprio a ‘Some Are’

Questa traccia è un inedito che compare per la prima volta come bonus track nella ristampa Ryko di Low del 1991. Uno degli inediti più belli in assoluto di Bowie: prima di tutto perché è all’altezza degli altri brani del capolavoro del 1977, inoltre si tratta di uno splendido equilibrio tra cantato e background musicale. Rigorosamente assente, chissà perchè, in tutte le successive ristampe dell’album. L’ultimo cofanetto della Parlphone non fa eccezione. Nelle note David tanto per cambiare indossa una maschera. Forse ci racconta delle immagini che questa composizione suscitava nella sua mente. Forse ci prende in giro, non a caso conclude dicendo che in pratica possiamo colorare come vogliamo con la nostra fantasia questa (e probabilmente ogni altra sua) canzone, seguendo la nostra immaginazione e proponendo palesemente una interpretazione aperta. È solo una breve e suggestiva canzone, ma come spesso accade nei piccoli capolavori di Bowie è uno splendido universo dove è piacevole perdersi.

TEENAGE WILDLIFE
Allora, è mattina inoltrata e penso: ‘Una nuova canzone e un approccio innovativo. Lo so, farò qualcosa alla Ronnie Spector. Ma sì. Una citazione, solo per una volta’ [Qui Bowie ri-utilizza ironicamente il verso di “Heroes” ‘Just for one day’]. Ed eccoci qui. Che meraviglia. Sono ancora affascinato da questa canzone e cederei due ‘Modern Love’ per essa in qualsiasi momento. È anche una di quelle canzoni per le quali cantando sul palco provo una soddisfazione completa. Ha delle parti belle e interessanti sulle quali dal vivo rischi di inciampare, se non hai la giusta abilità nell’affrontare l’ostacolo. Ironicamente, il testo riguarda qualcosa su assumere una visione ristretta della vita, senza guardare troppo al futuro, evitando di pensare alle future avversità. Le parole volevano essere una raccomandazione indirizzata ad un fratello più giovane oppure alla versione di me stesso adolescente. Le chitarre di questa traccia formano un acceso, piccolo duello di chitarre tra il grande Robert Fripp e il mio amico di lunga data Carlos Alomar.
David Bowie

David Bowie nel 1990, durante il celebrativo Sound+Vision Tour, aveva dichiarato che non avrebbe mai più eseguito i classici del suo repertorio. Per fortuna non tenne fede a questa impegnativa e provocativa affermazione. Eppure con l’inizio dell’Outside Tour sembrava mantenere quanto detto, tanto che cominciò a tirare fuori dal suo incredibile repertorio brani minori, altri che non eseguiva dal vivo da alcuni lustri, e perfino qualcosa che mai aveva osato portare sul palcoscenico. Teenage Wildlife fu proprio uno di questi. Se andate su YouTube e digitate il titolo di questa canzone, troverete una magnifica interpretazione del dicembre 1995, a Birmingham. Reeves Gabrels non fa rimpiangere l’assenza di Fripp e il brano si adatta benissimo anche alla dimensione live. Una pura goduria. Eppure non ricomparirà mai più nella scaletta dei successivi tour. E passeranno appunto altri 13 anni prima che David esprimi esplicitamente su iSelect la sua predilezione per questo incasinatissimo, dissonante ma superbo brano. Forse una delle sue più strane interpretazioni vocali. Quasi un flash-forward vocale di (‘Tis A Pity) She Was A Whore. David cantava di non essere “un pezzo della pazza vita degli adolescenti”, ma era proprio quello, e molto di più.

REPETITION
Grazie alla classicità dello strumento, il violino di Simon House tocca una vena di puro Goth in questa registrazione. C’è un intorpidimento dell’intera sezione ritmica, che ho cercato di replicare con una interpretazione vocale inespressiva, come se leggessi un notiziario, piuttosto che la testimonianza di un evento. Fu abbastanza semplice realizzarlo. Decisi di scrivere qualcosa sull’argomento profondamente disturbante dell’abuso femminile nello stile di un breve pezzo teatrale. Sono venuto a conoscenza di molti esempi di questi comportamenti, dei quali ho preferito prendere coscienza, e non avrei mai immaginato come qualcuno possa colpire una donna, non solo una volta, ma addirittura tante, tante volte.
David Bowie

Fondamentalmente quasi tutti i brani scelti da David per iSelect sono tracce poco (o meno) conosciute. Si tratta però di canzoni che sicuramente non sfigurano – per la loro intensità e complessità – accanto ai più celebri singoli o masterpieces. Tutto Lodger è un’opera solo apparentemente “minore”: l’episodio più anomalo del “trittico berlinese”. Logico dunque che ne venisse pescata almeno una song. Bowie opta per questo orrido quadretto coniugale, dove con la sua tipica allusione narrativa entra nella testa del marito violento, cercando l’origine di tutto un male che non ha – e non può avere – alcun tipo di giustificazione. Interessante come l’autore sembri ancorarsi all’unico elemento realmente poetico, ripetuto ossessivamente: “the blue silk blouse”, come se cercasse di entrare in un loop, un corto circuito narrativo, che precede e tenta di arginare tutta la successiva violenza. Repetition vivrà una rinascita acustica, operata dallo stesso Bowie, tra il 1997 e il 2000. Ora che invece lo “starman” se ne è andato possiamo solo goderci il mix ripulito da Visconti della traccia originale.

FANTASTIC VOYAGE
Questa è quasi bizzarra. Ha una forte sentore degli spettacoli di varietà degli anni ’50. Un cavillo incidentalmente – se fossi stato nella stessa posizione dei Rolling Stones a metà anni ’60, sarei certamente andato agli spettacoli del Sunday Night At The London Palladium. Loro si rifiutarono di condividere con gli altri il caratteristico palco rotante, perché non lo consideravano adatto alla loro immagine ribelle. Mi meravigliai di leggere che anche la cantante americana Judy Garland rifiutò di essere ospitata, perché troppo emozionalmente turbata. Chi lo sa? Avrei voluto dimostrare quanto valevo a Jimmy Tarbuck [conduttore del programma, NdT]. Ricordo quanto elettrizzata era mia mamma quando questo show apparve in televisione nel 1955. Mio padre nel 1953 ci aveva comprato la TV per l’incoronazione della Principessa Elizabeth e ci si aprì un mondo nuovo. Guy Mitchell era apparentemente una parte emozionante di tutto questo, dal momento che mia mamma si trasformava in una ragazzina quando lui appariva sullo schermo cantando ‘She Wears Red Feathers (And A Hula Hula Skirt). La struttura di accordi di questa canzone (intendo ‘Fantastic Voyage’, non ‘She Wears Red Feathers’ apparve sull’album ‘Lodger’ in due forme. Prima, come appare qui, e dopo anche in ‘Boys Keep Swinging’ (erano vestiti da uomo, ve lo dico. Riscrissi sia il tempo che la melodia principale. Lo rifeci anche nell’album ‘Scary Monsters (And Super Creeps)’. Senza dimostrare nulla. Pensando solo che Guy Mitchell avrebbe apprezzato questa canzone.
David Bowie

Al di là di quanto ri-confermato a riguardo della struttura melodica di questo brano (la stessa progressione di accordi di Boys Keep Swinging venne rivelata già in passato) qui Bowie ci racconta dei suoi primissimi “fantastic voyages”: ovvero la condivisione con i propri genitori di alcuni programmi sul tubo catodico. Difficile misurare esattamente quanto questi spettacoli influirono sulla giovanissima mente di David. Anche qui però è significativo e sorprendente come vengano citati personaggi e musicisti assai diversi: i Rolling Stones, Judy Garland e il pre-rocker americano Guy Mitchell. È interessante notare anche come Bowie per iSelect decida di includere dalla “trilogia berlinese” (eccezion fatta per la outtake Some Are) ben due brani solo dall’album “minore” Lodger. Una indicazione decisamente chiara. Fantastic Voyage venne incredibilmente eseguita live per la prima volta solo in occasione del Reality Tour ed è una delle tre canzoni eseguite nell’ultima esibizione dal vivo in assoluto di David: il 9 novembre 2006, all’evento benefico Black Ball a New York. Il viaggio fantastico di un artista iniziato molto tempo prima, e continuato per ancora quasi una decade in modo assai anomalo e sorprendente.

LOVING THE ALIEN
Sto cercando di fornire una parola desueta per il commento a ciascuna canzone. Non ne ho per questa. E questo brano non è, potrebbe sorprendervi saperlo, un’altra ode ai piccoli marziani verdi. Oh, recidivismo, eccola.
David Bowie

Loving The Alien è l’unica canzone di iSelect presente nella sua forma originaria ad essere stata un singolo nel passato discografico di Bowie. Sarà forse un caso ma proprio a questa David nelle note del libretto dedica pochissime parole. Più volte si è affermato che, a livello compositivo, si tratta di uno dei migliori brani della decade più difficile della sua carriera. Dopo la morte di Bowie il chitarrista e musical director del Reality Tour Gerry Leonard ha spiegato come si arrivò all’affascinante rielaborazione acustica di questa traccia, inaugurata nel febbraio del 2003 sul palco del Carnegie Hall, per il Tibet House Benefit. David lo chiamò al telefono pochissimi giorni prima, e gli chiese di ri-arrangiare la canzone per il sabato successivo, cambiandone la chiave di apertura. Leonard accettò, ma si spaventò un poco andandosi a riascoltare la traccia, che risentiva pesantemente della produzione anni ’80. Tuttavia la melodia era solida, così il suo guitar-loop e una chitarra acustica – uniti alla toccante interpretazione vocale del cantante – fecero un mezzo miracolo. Loving The Alien divenne uno dei momenti più emozionanti e intensi per l’ultimo tour di Bowie. Grazie Leonard.

TIME WILL CRAWL
C’è una grande quantità di canzoni che ho registrato negli anni e che per una ragione o un’altra ho sempre voluto re-incidere prima o dopo in futuro. Questa traccia da ‘Let Me Down’ è una di quelle. Ho sostituito la drum machine con percussioni reali, aggiunto alcuni archi che friniscono come grilli e mixato il tutto. Sono molto orgoglioso di questa nuova versione, che sembra cantata da un Neil Young con l’accento delle Shortlands. Oh, che roba sarebbe rifare il resto dell’album! Un sabato pomeriggio di Aprile 1986, con alcuni musicisti stavo facendo una pausa dalle registrazioni presso gli studi di Montreux, in Svizzera. Era una bella giornata ed eravamo all’aperto, in un piccolo prato che si affacciava sulle Alpi e il lago. Il nostro ingegnere del suono, che aveva ascoltato la radio, corse fuori dallo studio e gridò: ‘”Sta accadendo un gran casino in Russia!” Il notiziario svizzero aveva raccolto quanto veniva strillato su una stazione radio norvegese – a chiunque potesse ascoltare – che delle enormi nubi fluttuanti si muovevano dalla Madre Russia, e non erano nuvole di pioggia. Erano le prime notizie in Europa della infernale Chernobyl. Telefonai ad uno scrittore mio amico a Londra, ma non aveva sentito nulla a riguardo. Ci vollero diverse ore prima che la notizia arrivasse suoi maggiori media. Per quei primi momenti provammo una sensazione claustrofobica, essere tra i pochi a conoscere qualcosa di tale importanza. Nei due mesi successivi un complicato crogiuolo di impressioni si accumulò nella mia testa, provocato da questa follia, ognuna avrebbe potuto diventare una canzone. Le ho condensate tutte in ‘Time Will Crawl’. L’ultima frase fa rima.
David Bowie

La pezza di David a Time Will Crawl. E più in generale a tutto Never Let Me Down. Non un miracolo musicale, nonostante qui la batteria di Sterling Campbell dà un senso a tutto. Riascoltando questo parziale rifacimento (con l’apporto al missaggio di Mario J. McNulty) al giusto volume e senza i soliti pre-concetti… il brano è davvero godibile! Comunque Bowie in queste note dà l’idea di distrarre il pubblico sia con un inedito episodio biografico di fosca serietà che con una paio di battute. Certo, non è minimamente serio nè credibile alludendo ad una intera re-incisione di uno dei suoi momenti più low (altro che il secondo episodio della trilogia!)… noi non ci caschiamo, così come non gli perdoneremo mai questa produzione infinitamente sotto i suoi standard. Ma almeno dopo questo episodio di iSelect abbiamo una scusa in più per ritornare al 1987 e dargli un’altra occasione.

HANG ONTO YOURSELF (live)
Ziggy e gli Spiders suonarono per circa una cinquantina di show nel Regno Unito, e questa performance a Santa Monica, del 2 ottobre 1972, era la nostra dodicesima esibizione in America. Nonostante la qualità da bootleg e malgrado batteria e basso siano stati registrati distrattamente, spero possiate sentire la nostra reale eccitazione qui nel presentare per la prima volta la band ad un pubblico che ci ascoltava per radio. Presi posizione per necessità al centro del palco tanto facilmente quanto avrebbe fatto un vecchio attore da strapazzo da Bromley, ma in realtà ero estremamente nervoso. Fu la nostra prima trasmissione radio americana, quindi un bel colpo. Sbagliammo un sacco di materiale quella sera, ma l’entusiasmo e l’orgoglio erano ai massimi livelli. Una cosa sorprendente riguardo la Mainman, il mio management di allora, è che nel ciclo di vita degli Spiders lungo 18 mesi (e oltre in realtà), non ci organizzarono nessuna data in Europa dove Ziggy veniva considerato un mostro proverbiale. Nessun tour, nessuno ora , nemmeno a Parigi. Non l’ho mai capito e fu una cosa piuttosto deprimente all’epoca, ma ora comprendo quanto näive e impreparato fosse il mio management per l’importante lavoro che invece doveva svolgere.
David Bowie

Questa nota potrebbe titolarsi “Gioie e dolori del giovane Ziggy”. Pur non parlando direttamente della canzone in questione Bowie riesce a condensare in poche righe e a mostrarci efficacemente il quadro generale dell’ascesa della sua più famosa maschera. Il signor PolverediStelle aveva inaugurato non ufficialmente la sua attività live il 29 gennaio 1972, vestendo fantascientifiche tute ispirate al frutto meccanico di Kubrick, andato in anteprima nei cinema nemmeno una settimana prima. Sebbene fosse un esordio in sordina proseguito poi nei non affollatissimi pub londinesi, non è da sottovalutare il fatto che quella sera lo spettacolo venne fruito dalle estasiate batteria e voce dei Queen (Roger e Freddie), con tutte le conseguenze del caso. Mick Rock si sarebbe aggiunto al baraccone di Defries solo 50 giorni più tardi, documentando tutto il possibile immaginabile. Nei mesi successivi l’ascesa proseguiva molto lentamente, tenendo considerato che l’album dell’extraterrestre di Marte doveva ancora essere pubblicato. Ma anche qui è sottovalutato quanto fecondo fosse il seme alieno della creatura di David: nella sala mezza vuota di un teatro di Newcastle a inizio maggio, per esempio, il futuro leader dei Pet Shop Boys Neil Tennant rimaneva “elettrizzato”. Poi con l’LP finalmente nei negozi, la partecipazione a TOTP, le foto di Rock e la stampa finalmente dalla propria parte, il razzo decollò definitivamente. In America Ziggy dovette in ogni caso riguadagnarsi con le unghie e i denti la sua fetta di pubblico, anche se aveva mosso i primi passi nella corretta direzione, e preparato bene le sue mosse (l’avvicinamento a Lou Reed ed a Iggy Pop). Il paradosso invece è che David firmò la sua “condanna discografica” con il luciferino manager Tony Defries a giugno 1972, proprio pochi giorni prima del grande successo. Se ne sarebbe pentito più tardi e per molto, molto tempo. Ed a carissimo prezzo. In fondo però ne era valsa la pena, e forse lo consolò il pensiero che dopotutto, già con le primissime date di Ziggy – fino a Santa Monica e oltre – apriva con questa canzone il cui titolo raccomandava: “Conta su te stesso”!

Traduzione e commenti di Matteo Tonolli (Grazie a Sara!)

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