IGGY POP “POST POP DEPRESSION”

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“IGGY POP – “POST POP DEPRESSION”
a cura di Paolo Rosati


IggyEvidentemente James Osterberg ha la necessità di avere vicino a sè un partner, un musicista capace di evocare dalla sua creatività il meglio che la sua immaginazione artistica riesce a materializzare in album di altissimo livello.
Il rock durissimo, spesso primigenio e distorto, ha avuto la sua ragione di essere attraverso quelle canzoni a cui un gruppo così bistrattato, eppure unico e inarrivabile, come gli Stooges, aveva dato vita attraverso album incredibili e disperati che avevano scavalcato il solco del confine fra gli anni sessanta e settanta con la forza e la violenza di una scarica elettrica ad altissimo voltaggio, accompagnata da show selvaggi, in cui Iggy scatenava tutta la sua innata carica vitalistica, nichilista ed eversiva.
Il primo incontro con David Bowie, nel 1973, aveva portato alla realizzazione di un lavoro finale come “Raw Power”, bello, ma non così determinante da riuscire ad imporre il gruppo in maniera definitiva presso un pubblico “glam” che impazziva per un sound più sofisticato e raffinato, “viziato” in tal senso dai dischi di alfieri del genere quali i T.Rex di Marc Bolan, i Roxy Music ancora imperniati sul magico tandem Bryan Ferry – Brian Eno, e gli stessi album di Bowie con gli Spiders From Mars.
Avremmo dovuto aspettare gli anni formidabili di Berlino, trascorsi assieme al genio mutante di David Bowie, capace di rilanciare contemporaneamente su due tavoli ben distinti, sperimentando e innovando in maniera rivoluzionaria il linguaggio musicale della propria carriera, attraverso opere definitive che avrebbe segnato uno spartiacque fra un “prima” e un “dopo”, e giocando di riflesso con la sicurezza dell’alchimista, iniziato al compimento di un “opus magnum”, che trovava terreno fertile nel rilancio dell’amico Iggy Pop.
Tutto questo determinò l’inizio formidabile di una carriera solista che godette del favore di due album letteralmente regalati dal genio di Bowie che beveva ogni giorno alla sorgente dell’ispirazione più pura e limpida.
Iggy Pop mise la firma a due album memorabili, quali “The Idiot” e “Lust For Life”.
Furono il duplice biglietto da visita che riportarono il rocker americano nel giro giusto, permettendogli nel tempo, fra alti e bassi, di arrivare fino a questo suo ultimo capolavoro, datato 2016, “Post Pop Depression”.
Non c’è più la mano sapiente di Bowie a disegnare gli orizzonti sonori in cui la voce di Iggy si cimentava a cantare le sue storie di vita, ma il suo posto è stato preso dallo statuario demiurgo del rock, Joshua Homme, che ben conoscono gli appassionati cultori di un gruppo come i “Queens Of The Stone Age”, ammagliati in passato dalla fulminante bellezza di album come “Rated R” e “Songs For The Deaf”.
Il risultato è sorprendente: questo album si impone fra le cose migliori di tutta la discografia dell’Iguana, con richiami quasi faustiani al periodo berlinese, attraverso il passaggio fra i solchi del disco di un fantasma che sembra materializzarsi minuto dopo minuto, apparendo e scomparendo, rievocato da alcune canzoni del disco che richiamano in maniera struggente l’indirizzo di Hauptstrasse 155.
Intendiamoci: questo album non è il terzo capitolo di una ipotetica trilogia rimasta incompiuta, iniziata nel 1977 con Bowie e portata a termine con Homme.  Ma questo disco è formidabile quasi quanto quelli.  Si respira il profumo di un fascino antico, che permea, come il ricordo ammaliante di una stagione irripetibile e lontana, ogni canzone dell’album.
Ascoltate l’iniziale “Break Into Your Heart”, la successiva “Gardenia”, e, per favore, non indulgete nel resistere alla tentazione di risentirle.  Sì, è proprio “quel” suono, quella musica, quella danza ipnotica che ci prendeva per mano fra la primavera e l’autunno di quell’incredibile 1977. La successiva “American Valhalla” vi mette in lista d’attesa ancora una volta, nel senso che i minuti scorrono piacevolmente dall’inizio alla fine, e viene spontaneo di metterci anche noi a fare il coretto insieme a Iggy. Pare che “qualcuno” stia suggerendo da molto lontano la dinamica di una canzone così particolare e dal ritmo sincopato e, oserei dire, tremendamente noto a tanti. L’assolo di una chitarra, quasi accennato ci introduce alla litania metropolitana di “In The Lobby”, che si evolve a strappi, fra i dosati interventi della chitarra elettrica che si intervallano con la voce di Iggy.
Il ritmo cadenzato di una batteria dal drumming soffice, ma preciso e deciso nel suo incedere, ci proiettano verso “Sunday”, e ci troviamo magicamente già a metà dell’album, quasi senza essercene accorti. Iggy canta e recita, come un crooner di assoluto talento. La sua voce conserva la freschezza dei tempi migliori, insieme ad una maturità vocale che ci regala in questo brano una perfetta immagine del suo stato di grazia.
La chitarra interviene in sottofondo, duettando col basso e la batteria, evocando i cori che impreziosiscono la canzone, rendendola una gemma che risplende di luce propria. Il finale è cantato in dissolvenza da una voce femminile dolcissima che stempera le sue parole sulle note di una musica d’archi raffinatissima, che chiude con un sipario antico una canzone così tremendamente attuale, giocando su un contrasto semplicemente geniale e perfetto.
“Vulture” ci regala una ballata semplice e immediata, in cui la bocca di Iggy sputa in maniera cinica e sprezzante le parole della canzone, terminandola con un urlo che finisce in un singhiozzo. “German Days” regola il conto con quel fantasma di cui parlavamo in precedenza, la cui presenza si fa inquietante. Il clima del brano è segnato dalla tensione, una melodia scarna che si apre a metà in una sorta di visione. “ Glittering champagne on ice,…gemullich home, German Ways, German Days….” Chissà chi abita oggi in Hauptstrasse, verrebbe da chiedersi. Varrebbe la pena di fare un viaggio fino a Berlino per toglierci la semplice soddisfazione di sentire chi risponde a quel citofono…
Il pianoforte di “Chocolate Drops” ci richiama d’un tratto. Un controcanto spettrale si accompagna alla voce di Iggy. Una canzone facile facile. Tastiere, basso e batteria, una melodia che ti entra nel cuore a poco a poco, dolcemente, spinta dagli interventi di una chitarra elettrica splendida nella sua semplicità. “When your love of life is an empty beach don’t cry…” Le infinite solitudini dell’esistenza di un uomo raccontate con la purezza di un bambino.
Quasi non ti accorgi che è iniziata “Paraguay”, con quel blues vocale che mette i brividi, seguito dalla chitarra elettrica e dalla voce di Iggy, che intona l’ultima canzone di un disco che ti ritrovi a voler riascoltare subito dall’inizio. Questo album è magico. Semplice, diretto, struggente, splendido.
Se non avessi trascorso all’inizio dell’anno quel weekend così bello, strappatomi via da quel fuckin’ Monday dell’11 gennaio, direi che potrebbe diventare il disco dell’anno.
Invece sarà solo il secondo.
Ma fa lo stesso.
Grazie Iggy.
Grazie davvero….”

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