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David Bowie, NEU! e le influenze musicali degli anni 80

Alessio Barettini

LA COLONNA SONORA DEGLI ANNI ’80

Si sa che i suoi pezzi preferiti dei Neu!, erano Hero e After Eight, entrambi dell’album perlaceo e magnifico del 1975.

Il primo è un pezzo che ricorda molto Red Sails, che si compone di un gioco di specchi fra voce lacerata e crescente dentro una melodia di due accordi di base trascinati e sostenuti e un sottofondo di synth che mostrano che il pezzo potrebbe andare avanti a lungo, come una scalpitante corsa al galoppo di un cavalloche non ha voglia di rallentare neppure per sbaglio, se non fosse per l’inevitabile fade finale che porta tutto a un epilogo di uccellini che cinguettano sopra rumori di macchinari. Il secondo è un brano protopunk, costruito con un riff di batteria costante ed eterno intervallato da sporadici cambi di tempo (il motorik), una linea vocale dello stesso tipo, e diversi delay sia sulla voce che sulla chitarra, oltreché un piano elettrico che sembra ugualmente fuori tempo e perfettamente, esattamente integrato con gli altri elementi.
Del resto l’influenza di vari artisti di musica tedesca (scrivo così auspicando che un giorno esca fuori una definizione migliore di krautrock) sulla vita e la musica berlinese del nostro è innegabile.

Un mucchietto di band che, Kraftwerk a parte, non ha avuto quel che si meritava nella storia della musica, almeno in fatto di successo e di vendite, che andrebbe ancora riscoperto. Ma si sa come vanno certe cose. Molte hanno avuto il loro riconoscimento, il loro spazio cultuale, e l’elenco non è breve: Can, Faust, Amon Düül, Tangerine Dream, solo per citarne alcuni, e su ognuno di essi varrebbe la pena soffermarsi perché gli stili e le genialità non mancavano in nessun caso, e le differenze fra loro nemmeno.
Tuttavia ce n’è uno che è stato ancora meno fortunato, tanto da non essere neppure nominato nel bel documentario della BBC Krautrock – The Rebirth of Germany, dove si spiega peraltro che il nome Kraut deriva dalla paura inglese dei tedeschi, retaggio della Seconda Guerra Mondiale che negli anni ’70 non era ancora scomparso.

Peraltro il documentario spiega molto bene anche il panorama sociale della Germania di quegli anni, necessario per comprendere la nascita di questa onda musicale.

Invece, dei La Düsseldorf, Bowie si spinse addirittura a dire che il loro sound sarebbe stato “la colonna sonora degli anni ’80.”
La band è composta dal compianto Klaus Dinger che uscì dai Neu! per dare vita a questo progetto. Non la caotica, slabbrata e avveniristica Berlino, o la centrale e pretestuosa Monaco, ma Düsseldorf.
Nonostante tutto, però, la band non vendette poco. Il loro secondo e terzo album vennero riconosciuti come un tentativo di spostare i barocchismi sperimentali del kraut verso sonorità più pop. E questo diede loro fama, almeno allora.

Viva è un album che si apre mostrando una linea di continuità con i Neu!, sia nella liricheggiante sonorità di Viva che nella ripresa del motorik in White Overalls. Segue Rheinita dove un uso più ampio del synth e un vibrato sul motorik (inventato dallo stesso Dinger) sembrano suggerire lo scorrere del Reno per 8 minuti in cui gli accordi ascendenti della tastiera mostrano aulicamente i riflessi del fiume.

Dopo l’intermezzo di un minuto e mezzo di canti di uccelli, Vögel, eccoci tornare nei soliti ritmi, in Geld, qui accompagnati da un cantato cadenzato e da una chitarra voluminosa ancora una volta distintamente marchiati dal segno di Klaus Dinger, fino a un crescendo finale che si trasforma in una linea elementare di tastiera seguita da una voce che sembra chiedere di unirsi nel singalong e che mostra la volontà più pop della band. L’ultimo brano Cha Cha 2000 mostra synth e stacchi che ricordano alcune linee sperimentali di Low che per venti minuti ci accompagnano di gran lena verso un finale di piano e voce molto più lento e dolce che è un peana di speranze.

Individuellos, del 1980, è il terzo album. Qui prosegue il discorso iniziato con Viva, ma si porta su un territorio addirittura più pop e a tratti persino scanzonato. Un buon lavoro, ma non esattamente bowiano.

Infatti è con l’album del 1976, il primo, omonimo, dove più decisamente si può sentire il trait-d’union con la trilogia di Berlino. Questo è l’album meno fortunato e più sperimentale della band.

Il primo brano, Düsseldorf, è una sorta di manifesto che è un atto d’amore per la città, ed esplora in pieno stile Neu! certi stacchi dalle linee centrali del brano e allo stesso tempo le possibilità di allontanarsene con piccoli atti di sovversione improvvisi e geometrici, brevi eccezioni di un sistema funzionante e inattaccabile. Alcuni giri di tastiere e alcuni falsetti lasciano intravedere che nel 1976 il krautrock non è affatto morto, e la virata decisamente rock del finale lo dimostra e lo afferma perentoriamente. Già nel secondo brano, La Düsseldorf, la nuova strada è segnata e visibile. E ancora più marcatamente con la splendida Silver Clouds, e con Time: è qui che ci sono Breaking Glass, What in the World, Sound and Vision, in poche parole tutto lo spirito compositivo di Low.

I La Düsseldorf erano Klaus Dinger, Thomas Dinger e Hans Lampe, ma erano soprattutto la versione raffinata della concezione musicale di Klaus Dinger, il più radicale dei pionieri del krautrock. E sono uno dei gruppi più interessanti di una scena che vale la pena continuare a conoscere.

Per approfondire.

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