Brian Eno: La Nave Della Vita

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Brian Eno: La Nave Della Vita
La recensione dell’ultimo capolavoro di Brian Eno “The Ship”
di Paolo Rosati


Eno_ShipA differenza di David Gilmour e Nick Mason, che due anni fa fecero uscire un album postumo degli antichi cavalieri dell’apocalisse, sotto il titolo “The Endless River”, in cui una scialuppa solcava un oceano di nuvole verso l’eternità e la fine di un’epopea che era stata straordinaria si trasfigurava definitivamente nella leggenda, oggi Brian Eno si ripresenta con un album dove quelle nuvole sono immagini terrene e concrete, segnali di una ispirazione che si rinnova anno dopo anno, emana nuovi lampi di genio, e si appresta a varcare la soglia di una dimensione in cui le sonorità diventano simboli viventi dell’umanità intera.

“The Ship” sembra essere la rappresentazione di una discesa, l’incarnazione nel mondo materiale di quell’investigazione degli archetipi che aveva originato il precedente “Lux”, ove una lunghissima suite suddivisa in 12 capitoli vedeva l’uomo della caverna del mito di Platone togliersi di dosso le catene che lo legavano, e cercare di scrutare quel mondo iperuranico di cui aveva potuto soltanto avvertire le ombre di fronte a se stesso sulla parete che aveva di fronte ai propri occhi. L’uomo che ha osservato l’iperuranio vorrebbe raccontare ai suoi simili ciò che ha visto, farsi portatore della Verità assoluta, ma viene guardato con sospetto, spesso deriso, e quindi emarginato.

“The Ship” potrebbe quasi assumere il significato di una caduta, il volo interrotto di Icaro verso il Sole, quando le ali cedono e l’uomo inizia a precipitare, reo di avere avuto l’arroganza di conoscere ciò che non può, di sottrarsi al proprio destino mortale, di togliere quel velo di Maya che ci separa dalla pura conoscenza di ciò che è. Descrizione di un mondo che si nutre di illusioni fallaci, di miti che si autoalimentano attraverso menzogne, di inutili sovrastrutture culturali, sociali ed esistenziali, una camminata verso la chiusura di un ciclo, il nostro, che stiamo vivendo tutti i giorni, più o meno consapevolmente, in maniera confusa e distratta, in cui anche le violenze più efferate diventano gocce di pioggia nell’oceano dell’indifferente frastuono virtuale dell’informazione, a cui tutti partecipano. I siti social, in fondo, sono un mero antidoto alle solitudini di tantissime persone, esportano la chiacchera del singolo su un mondo virtuale, amplificandola, esponendola al giudizio altrui, la fanno quasi diventare una notizia.

Ma, attenzione: il pericolo maggiore di tutto questo è la possibilità che emergano nuovi mostruosi titani che si sentano in diritto di arrogare solo ed esclusivamente a sé stessi la possibilità di giudicare e decidere su ciò che sia giusto oppure ingiusto. La verità, in fondo, è giusto che rimanga nascosta. La storia del secolo scorso ci ha regalato esempi mostruosi su ciò che l’incarnazione dello Stato etico, attraverso i totalitarismi, ha edificato, attraverso guerre mondiali, campi di sterminio, razzismo, persecuzione in nome del colore della pelle, della religione o della classe sociale d’appartenenza.

Brian Eno è un geniale assemblatore di sonorità, un filosofo moderno che ha saputo infondere nuovi incredibili significati alle note talvolta scarne delle sue composizioni, alternate ai silenzi, fondendo il tutto in una dimensione musicale insieme rivoluzionaria e restauratrice, nel senso che la novità della sua scrittura così minimalista riusciva a legare insieme la sua intima genialità con risultati che parevano dare vita a composizioni che sembravano “classiche”, nel senso della loro capacità di ergersi fin dal primo ascolto a nuovi parametri con cui confrontarsi.

La musica cosiddetta “ambient”, come viene definita, è stata ideata, progettata e codificata dall’intuizione di questo formidabile “non musicista”, che ha saputo rappresentare anche a livello “tridimensionale” le sue innovative “strategie oblique” attraverso esposizioni in cui forme solide, luci e suoni diventavano parte di un quadro vivente, che ogni visitatore poteva avvertire come proprio, a seconda della propria sensibilità. “The Ship” è una nuova tappa di questo incredibile viaggio nella galassia artistica di Brian Eno. Un album che nutre sé stesso con le sonorità eteree di cui siamo abituati da decenni, ma che assumono altri significati, si scindono fra loro, vengono interrotte e completate dalla voce del loro compositore, oltre che da Peter Serafinowicz, Nuria Homs e i “Members of The Elgin Marvels”. I suoni sembrano messaggi ancestrali, onde che partono da lontane dimensioni e approdano nel nostro mondo, come messi occulti che suggeriscono invece di svelare, lasciando a noi il compito di intuirne il significato più intimo e nascosto.

Le due principali suiEno_Ship01te dell’album, la title track e “Fickle Sun pt.1” sono due lunghi brani, in cui la musica si evolve lentamente, arricchendosi minuto dopo minuto di nuovi particolari. Una sorta di viaggio iniziatico che cattura l’attenzione dell’ascoltare, invitandolo ad immergersi in quel “mantra” sonoro, in cui le voci recitano, più che cantare, e le parole sembrano assumere la funzione di invocazioni, voci che implorano la visione di qualcosa che esiste ma non si riesce a percepire. L’atmosfera di estasi che emana dai solchi dei due brani viene spesso interrotta, una chitarra elettrica si frappone, come se un rifiuto a quella contemplazione sorgesse spontaneo, come un gesto irato, teso quasi ad affrettare la manifestazione di qualcosa che non si compie.

Le voci si sovrappongono in sottofondo, diventando anch’esse parte della trama musicale, che si perfeziona minuto dopo minuto, senza peraltro mai giungere ad un completo compimento. Atmosfere dilatate, parole recitate, chitarre elettriche che spezzano silenzi, note che sibilano come venti che soffiano. Tutte concorre a disegnare un quadro ultratecnologico il cui risultato finale rimanda però a qualcosa di arcano.

Non è più la ricerca di nuove dimensioni musicali, che spronava la fantasia di gruppi teutonici formidabili come Tangerine Dream o Kraftwerk, o di sublimi compositori come Klaus Schulze, mossi da un implacabile istinto tutto scientista teso ad indagare le dimensioni del cosmo e della vita sulla Terra. Macrocosmo e microcosmo veniva destrutturati e narrati attraverso l’uso potente della musica elettronica, ricostruendo ambienti futuristici e intrisi di uno sguardo a senso unico, verso un futuro di là a venire.

In questo album la direzione è ostinata e contraria. Il mondo descritto è il nostro. La visione dell’uomo è simile a quella di un Bowie che cantava su “Heathen” le incertezze di un’umanità che non rivolge più lo sguardo verso il cielo. Sarebbero bastati questi brani.

Ma Eno va oltre.

E ci presenta una canzone, “I’m Set Free”, dei Velvet Underground, in una cover di bellezza struggente.

Sentire Eno che canta Lou Reed è come chiudere quel cerchio ideale che si era aperto negli anni sessanta, quando l’artista inglese aveva ascoltato per la prima volta i Velvet Underground durante una trasmissione radiofonica di John Peel, nel 1967, all’epoca dell’uscita di “The Velvet Underground And Nico” . “I’m Set Free”, canzone che apparve sul terzo album della band di New York, aveva sempre colpito la fervida immaginazione di Brian, che peraltro, dietro sua ammissione, impiegò circa un quarto di secolo per concepire il senso intimo del brano come una sorta di ricerca di soluzioni ai problemi, che si alimenta da sola, verso mete sempre più funzionali, indifferenti verso ciò che costituisce una verità assoluta. Secondo Brian Eno, l’uomo contemporaneo non è in grado di comprendere, tantomeno di nutrire interesse alcuno per la “verità”, a qualsiasi livello. Ciò che conta per i contemporanei è essere “creativi” e riuscire a costruire invenzioni che funzionino. Egli cita Yuval Noah Harari, che nel suo libro “Sapiens” afferma che ciò che rende coerenti e cooperative società su vasta scala sono le storie che condividono. La democrazia è una storia, la religione è una storia, il denaro è una storia.

Le parole “I’m set free to find a new illusion” esprimono quindi il fatto che oggi non abbiamo bisogno di persone che agitino le proprie mani, credendo di sapere quale sia la strada giusta da percorrere.

La libertà, la creatività, il viaggio.

In una sola parola: la vita.

Per ogni essere umano.

Oggi, qui, adesso.

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