Bowie, Iggy e il mistero ‘Roquairol’

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ANATOMIA DI UN RITRATTO

È cosa risaputa che la principale fonte d’ispirazione da cui David Bowie trasse l’idea per l’iconica copertina dell’album ‘Heroes’ fu un dipinto del pittore espressionista Erich Heckel intitolato Roquairol. La medesima posa, la stessa surreale gestualità, la possiamo ritrovare anche nella foto cover del disco di Iggy Pop intitolato The Idiot, uscito nel medesimo anno, l’incredibile e musicalmente prolifico 1977, di ‘Heroes’. Le foto delle due copertine sono rispettivamente firmate Masayoshi Sukita e Andy Kent. Due artisti diversi, la stessa idea di base. Chiaramente nata dalla mente di David Bowie. Questi due capolavori, fra i vertici musicali assoluti dei due artisti, nel 2017 compiono ben 40 anni. Mi è sembrata una scusa sufficiente per provare a rifletterci un poco su. Lascio ad altri il ben più importante e sostanziale approfondimento riguardo la musica che contengono e mi limito a soffermarmi sulla scelta stilistico-simbolica che sta dietro queste due strabilianti copertine, sperando comunque di poter fornire qualche altra chiave di lettura all’opera globale dell’artista inglese.
Cerchiamo innanzitutto di capire chi fosse l’autore di Roquairol e quale peso ebbe sulla scena artistica del suo tempo.

Il giovane Erich Heckel

Erich Heckel è stato un pittore espressionista tedesco attivo in particolar modo durante la prima metà del 900. Insieme a Ernst Ludwig Kirchner, Hermann Obrist, Fritz Bleyl e Karl Schmidt-Rottluff ha fondato nel 1905 il gruppo denominato Die Brucke, ovvero Il Ponte, nome che si ispira ad un passaggio tratto da Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, in cui si auspica l’avvento di un uomo nuovo in grado di farsi “ponte” verso il futuro:

[…] L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino […] La grandezza dell’uomo è di essere un ponte non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto.
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Manifesto programmatico del movimento espressionista ‘Die Brucke/Il Ponte’ del 1906

Nelle sue intenzioni il movimento voleva traghettare l’arte tradizionale romantica del periodo verso la complessità della modernità, lasciandosi anche coinvolgere dai problemi politici e sociali del tempo. Gli espressionisti condividevano la critica al potere e all’autoritarismo, l’avversione nei confronti del perbenismo e della quotidianità piccolo-borghese, l’esigenza di un’arte più libera e immersa nella vita. Gli artisti di riferimento erano Munch, ma anche Van Gogh e Gauguin, perché a loro modo erano riusciti a staccarsi dall’Impressionismo tradizionale, cercando nuove strade più personali. Inoltre i cosiddetti “espressionisti”, come vennero poi comunemente chiamati in netta opposizione agli impressionisti, non disdegnavano di trarre ispirazione anche dall’arte africana e dalle sue forme scolpite, aprendosi di fatto al mondo e alla multiculturalità. I colori utilizzati sono forti, emozionali, brillanti, talvolta stridenti, così da creare un impatto forte su chi guarda. Sono dipinti che urlano piuttosto che parlare o sussurrare, si esprimono spesso con rabbia. L’esperienza tremenda della guerra ha reso ancora più forte e drammatico il messaggio contenuto in queste opere, che divennero anche denuncia delle atrocità insite in ogni conflitto. Così proclama: “Animati dalla fede del progresso, in una nuova generazione di creatori e d’animatori d’arte, chiamiamo a raccolta la gioventù e, come giovani che recano in sé il futuro, vogliamo conquistarci libertà d’azione e di vita, dinanzi alle vecchie forze così difficili da estirpare”. Come molti altri suoi compagni d’arte, Heckel è stato perseguitato dal Nazismo, che lo considerava un artista degenerato e quindi confiscò e distrusse gran parte delle sue opere. Riuscì comunque a sopravvivere e poi a vivere tranquillamente la seconda parte della sua vita. Morì in Svizzera nel 1970.

‘The Young Man’ (Jüngling’) di Erich Heckel, 1917

Questo il poco che posso dire della sua biografia. Ma il dipinto che a noi interessa particolarmente è datato 1917, anno in cui la prima guerra mondiale ancora non aveva smesso di mietere vittime. Fu Bowie stesso a dichiarare la sua forte attrazione nei confronti del lavoro di Heckel: “Roquairol, ma anche le sue incisioni degli anni ’10, in particolare una intitolata The Young man, hanno avuto un’influenza enorme su di me”.
Eccola l’incisione a cui fa riferimento Bowie. Vi invito a soffermarvi sugli occhi dell’uomo ritratto e sulla loro particolare diversità. Avrà riconosciuto un poco di se stesso in quello sguardo enigmatico?

D’altra parte musica e arte in Bowie son sempre andate a braccetto, ispirandosi e nutrendosi a vicenda. Era l’arte che spesso scioglieva i suoi nodi, i dubbi, aprendogli la strada verso nuove incursioni musicali e idee creative. Roquairol ebbe un ruolo cruciale proprio in anni cruciali, quando la sua personale guerra contro le dipendenze non era ancora vinta. Le domande a cui ho cercato di rispondere sono quindi le seguenti: Perché proprio quel dipinto? Perché David Bowie provava un’attrazione tanto forte per quell’opera, da utilizzarla come fonte d’ispirazione addirittura in due occasioni? Al punto da acquisirne i diritti d’immagine insieme ad Iggy Pop? Insomma: Perché proprio Roquairol?
Sappiamo bene che le scelte artistiche e stilistiche di Bowie non sono mai state casuali e portano sempre verso molteplici direzioni interpretative. In questo caso ne ho individuate tre, che ora vado a illustrarvi.

Prima interpretazione: la più superficiale
Roquairol venne scelto per la sua assonanza con la parola “rock’n’roll”. Né più né meno, semplicemente. A me sembra una spiegazione povera, anche perché di puro rock’n’roll in questo disco c’è ben poco. Ci sta, ma non mi soddisfa. Dev’esserci qualcos’altro, scaviamo più a fondo.

Seconda interpretazione: la più convincente
Roquairol è il nome di uno dei personaggi del romanzo Titan, testo tedesco scritto nel 1803 da Jean Paul, pseudonimo dello scrittore Johann Friedrich Richter. Più precisamente è il nome dell’antieroe presente nella storia, dell’antagonista “negativo” che si oppone al buono Albano. Nel romanzo infatti Roquairol mente, si maschera e si finge Albano per ottenere l’amore, o almeno le grazie, della donna amata appunto da Albano. Utilizza insomma l’artificio per giungere al risultato desiderato. Roquairol è un personaggio sinistro, amorale, disposto a tutto pur di ottenere quel che desidera, ma anche passionale, assoluto, byroniano, indubbiamente più affascinante del protagonista. Nel testo di Jean Paul Roquairol rappresenta il doppio, colui che Jung qualche anno dopo definirà “doppelgänger”, cioè la parte “negativa” dell’eroe, il gemello oscuro dietro cui ci nascondiamo o che nascondiamo. Ha quindi una valenza simbolica molto forte, che non fatichiamo a ritrovare nella poetica di Bowie.
Torniamo alle due copertine e alle pose assunte nelle foto da Iggy e Bowie. Sono pose in cui impersonano a loro modo Roquairol, quello già definito artisticamente da Heckel nel suo dipinto. Sia Iggy che Bowie quindi ci mostrano il loro doppio, il loro personale “doppelgänger”, il personaggio che hanno deciso di mandare per il mondo, la parte oscura e “matta” di se stessi. Nel caso di Iggy è “l’idiota”, l’irresponsabile, il joker, il bambino dispettoso che ci guarda, il folle stralunato, quello che si lanciava sulla folla rischiando ogni volta lo schianto; ma è anche un poco burattino, manovrato in quel momento dalla mente di Bowie (che The Idiot sia stato una sorta di palestra per Bowie lo sappiamo ormai tutti). Con Bowie invece ci troviamo di fronte a un personaggio più complesso, più inquietante: è l’eroe, ma probabilmente inteso nell’accezione nietzschiana di superuomo, freddo, distante, lontano, oltre le umane miserie. È robotico e disumanizzato, la sua è una follia lucida, diversa da quella impersonata da Iggy. In questo senso la descrizione che ne vien fatta nel pezzo Sons of the Silent Age è emblematica:

Sons of the silent age/stand on platforms/blank looks and note books/Sit in back rows/of city limits/Lay in bed coming/and going on easy terms/Sons of the silent age/pace their rooms/like a cell’s dimensions…

I figli dell’era silente/stanno in piedi su piattaforme/sguardo vuoto e taccuini/Siedono nelle ultime file/dei confini della città/Giacciono nei letti venendo/e andando con gran facilità/I figli dell’era silente/misurano a passi le loro stanze/grandi come una cella…

E ancora:

Sons of the silent age/pick up in bars/and cry only once/Sons of the silent age/make love only once/but dream and dream/They don’t walk/they just glide in and out of life/They never die/they just go to sleep one day…

I figli dell’era silente/rimorchiano nei bar/e piangono una volta sola/I figli dell’era silente/fanno l’amore solo una volta/ma sognano e sognano/Non camminano, scivolano solamente/dentro e fuori la vita/Non muoiono mai/un giorno semplicemente andranno a dormire…

Ancora più di ‘Heroes’ mi pare che questi versi descrivano lo strano essere raffigurato sulla copertina del disco di Bowie, colto perfettamente nel suo straniamento dall’obiettivo magico di Sukita. Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che in ogni lavoro di Bowie c’è sempre un lato ironico e dissacrante, ecco quindi che questo eroe in qualche modo è anche patetico, assurdo quanto l’idiota, perché l’eroe di Bowie può esserlo solo per un giorno, non vi è futuro di gloria all’orizzonte, ma solo macerie. Nietzsche forse non aveva ragione, e l’ “uomo ponte” manca di fondamenta, i suoi occhi sembrano guardare nel vuoto, la posa della sua mano è innaturale e ridicola. Trovo questa interpretazione assolutamente plausibile, regge: avrebbe scelto Roquairol per tirare fuori da sé la propria parte malata di superomismo, il suo doppio altero e freddo, lì lì per andare in mille pezzi. Dice: guardatemi, ora sono me stesso. In realtà quel che vediamo è una delle sue sfaccettature, ancora una volta. Il Roquairol di ‘Heroes’ è David Bowie poco prima del salto di un abisso, che per fortuna supererà insieme ad Iggy e all’amica fidata di una vita Coco Schwab.
Possono bastare queste due interpretazioni? Probabilmente sì. Ma c’è un’altra direzione che vorrei provare a percorrere, sicuramente traballante, ma a parer mio affascinante.

Iggy, David e Coco a Berlino

Terza interpretazione: la più azzardata
A onor del vero non azzardo proprio nulla, perché già Chris O’Leary, nel suo blog Pushing ahead of the Dame, ma anche nel libro Rebel Rebel: All the Songs of David Bowie, ha fatto notare come il personaggio dipinto da Heckel sembrasse anticipare il look della mostruosa creatura nata dalla volontà di potenza (è ancora Nietzsche a far capolino, badate bene) del Dottor Frankenstein, suggerendo quindi l’ipotesi che i creatori del Frankenstein cinematografico, in particolare quello impersonato da Boris Karloff nel 1931, si fossero ispirati proprio al Roquairol di Heckel, al suo aspetto grottesco, con quel testone enorme, gli occhi spiritati e la posizione innaturale degli arti (e non poteva essere diversamente trattandosi di arti trapiantati e cuciti uno con l’altro) per dare sostanza al personaggio.

Boris Karloff e il mostro nel film di James Whale del 1931

La sottoscritta si è limitata a fare un piccolo passettino oltre, mi sono cioè chiesta: e se fosse stata proprio questa coincidenza, la somiglianza fra Roquairol e la creatura di Frankenstein, ad attrarre inconsciamente David verso il dipinto? Bowie amava il cinema espressionista dell’epoca, ne era un avido cultore, ne ha tratto ispirazione per tante sue canzoni e rappresentazioni. Sarebbe davvero così fuori luogo pensare che nel Roquairol avesse scorto anche le sembianze del mostro nato dalla fantasia di Mary Shelley? E che proprio per questo vi si fosse specchiato e ritrovato? Il titolo completo del romanzo della Shelley, scritto nel 1816, da cui il film fu tratto (primo di una lunga serie) si intitola per intero: Frankenstein o il moderno Prometeo. Prometeo è il simbolo per eccellenza della ribellione contro qualsiasi autorità costituita, religiosa o civile, è l’angelo caduto, colui che per amor di conoscenza è disposto a dannarsi ad una vita eterna di torture e dolore. Come accadrà al dottor Frankenstein del resto, che pagherà cara la sua sfida alle leggi umane e divine. La creatura a cui darà vita infatti, assurdo assemblaggio di parti di corpi prese da diversi cadaveri, di molteplici identità a formare un insieme innaturale di frammentata umanità, nascerà sì da dalla scintilla dell’intelligenza, ma sarà destinata alla sofferenza, perché il diverso atterrisce e viene allontanato, emarginato. E si vendicherà sul suo creatore. È nota la paura di David di restare vittima dei personaggi da lui creati, tanto da disfarsene costantemente. David disse che creare caratteri lo faceva sentire una sorta di dottor Frankenstein: “I personaggi a cui ho dato vita sono stati quelli che ho davvero voluto mostrare. Ziggy, quella morta creatura… L’ho amato. Mi sento come una specie di dottor Frankenstein. Tuttavia, anche se Ziggy è intimamente legato a David Bowie e lo segue da vicino, si tratta di due persone distinte. Che cosa ho creato?!” (dal Black Book di Barry Miles e Chris Charlesworth). Non erano forse i suoi tanti personaggi una specie di “mostri” creati con le tante parti oscure di se stesso? Tratti dai suoi sogni e dai suoi incubi?  “Che cosa ho creato?” si chiese Bowie ad un certo punto. Proprio come farà il Dottor Frankenstein una volta resosi conto del danno arrecato dalla sua superbia, a cui cercherà di porre rimedio in una caccia al mostro che sarà fonte di altro dolore e morte. Dobbiamo prendere atto del fatto che in Bowie convivevano sia il creatore che la sua creatura. Ma quale dei due è davvero più “mostro”? Colui che dá vita ad un povero essere destinato all’infelicità o l’emarginato che per disperazione uccide? Non importa, resteranno legati per sempre, il dolore di uno causerà il dolore dell’altro. Fortunatamente David è riuscito ad evitare di soccombere alle proprie creature, ma indubbiamente i tratti psicologici sia del dottor Frankenstein che della sua creatura sono riconoscibili in lui. Ma Roquairol quindi? In quale punto avviene l’incontro? A mio parere David Bowie (così come gli sceneggiatori del Frankenstein cinematografico) potrebbe aver visto nel personaggio dipinto da Heckel, così innaturale e grottesco, eppure anche impaurito e vulnerabile, la stessa creatura immaginata da Mary Shelley, vittima e carnefice, simbolo del destino dell’uomo che sta in mano ad un Dio lontano a cui tenta di parlare e a cui si ribella per disperazione. E averlo amato proprio per questo. Scrive Oscar Wilde di Dorian Gray: “Era un essere con una miriade di vite e una miriade di sensazioni, una creatura complessa e multiforme”. E così è stato anche David Bowie. Non potrebbe mai esserci una sola ed univoca lettura delle sue opere. Mai un’unica risposta e verità. In questo caso ve ne ho elencate tre. A voi scegliere quella che più vi piace, o magari tutte e tre o anche aggiungerne delle altre…

Pauline Pilot

Il Blue Clown di ‘Scary Monsters’ che strangola il suo creatore

 

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