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BOWIE & BAUDELAIRE: ISTINTI COMUNI

Alessio Barettini

Il simbolo si presta a essere interpretato, per sua propria caratteristica. Il gioco delle interpretazioni è la varietà dei significati possibili, ma trova il suo limite e la sua regola nella combinazione dei simboli. Un simbolo vale per quel che è il suo stesso valore, secondo il senso comune che glielo attribuisce nel tempo o secondo la bravura dell’artista che lo usa. Più simboli in relazione fra loro ci portano a vedere le cose su un piano diverso, sempre più complesso, mai meno, fino a una soglia che non si può oltrepassare facilmente.

Tutta la storia dei grandi artisti dell’umanità passa attraverso i simboli. Abbiamo detto altre volte, anche su questo sito, che a Bowie è sempre piaciuto usare i simboli per giocare, per creare mondi nuovi, per suggestionare o per oltrepassare la linea del significato primario. In molte circostanze lo ha fatto all’interno di sistemi culturali già dati, altre volte ha saputo imprimere un marchio di originalità che è stato lungamente imitato o preso a fonte ispiratrice da molti altri grandi artisti.

Quando gli è capitato di giocare con la morte, in concomitanza del suo ultimo album, sapeva che non sarebbe bastata la sua abilità a vincere quella partita. Dal nostro punto di vista Blackstar è un favoloso testamento che comprende tutti i significati che Bowie ha esplorato lungo l’arco della sua carriera. Per crearlo si è servito di simboli, forse volutamente, ambigui, persino bui ed esoterici, comunque ricchi di implicazioni artistiche e sempre aperti a nuove interpretazioni.

Così, pur nel più estremo coinvolgimento, non resta nascosta la grandezza dell’artista che sa dare messaggi senza imporre nulla, a cui, tanto per azzardare un’altra strada, certo non risolutiva ma forse utile, provo a dare una nuova lettura.

Ho già parlato di Blackstar e di Lazarus, e in entrambi i casi è difficile evitare i significati implicati  nei due video, oltre che nelle canzoni, tanto che si potrebbe addirittura tenerli divisi. Sia come sia, mi è capitato di recente di rileggere I Fiori del Male, l’opera di Baudelaire che come si sa ha dato il via al simbolismo moderno in poesia, un’opera inevitabile per molte ragioni. La raccolta non compare fra le preferenze della famosa lista di 100 libri, ma è possibilissimo che Bowie la amasse, dato che il Poeta Maledetto per eccellenza aveva ispirato Rimbaud e Verlaine, due fari di tutta la controcultura dei decenni giovanili del nostro.

David Bowie Lazarus

David Bowie Blackstar

In ogni caso, anche se non esplicitamente, è possibile trovare altri punti in comune, almeno nello stile di scrittura.

Inoltre la stessa grandezza artistica di Bowie ci permette di azzardare collegamenti con altri sommi maestri delle humanae historiae senza tema di sbagliare troppo.

Così, rileggendo I Fiori del Male, mi sono soffermato con sguardo diagonale su due poesie, che, anche solo istintivamente, mi hanno ricordato i due video in questione.

Sogno Parigino e L’Amore e il Cranio, la prima contenuta nella sezione I Quadri Parigini, la seconda nella sezione I Fiori del Male. La raccolta si compone infatti di sei sezioni. La prima, la più ricca, dove ci sono le famose L’Albatro e Corrispondenze, si chiama Spleen et Idéale, la seconda raccoglie le sue impressioni su Parigi, la terza è appunto I Fiori del Male, poi ci sono Il Vino, Rivolta e La Morte. Le due poesie che ci interessano sono rispettivamente la numero 102 e la 117 della raccolta.

Risultati immagini per fiori del male

Charles Baudelaire ” I fiori del male “

CII. Sogno parigino

a Constantin Guys

I.

Ancora stamane  mi rapisce

l’immagine vaga e lontana

di quel terribile paesaggio

che nessun uomo vide mai.

Com’è pieno di miracoli il sonno!

Per uno strano capriccio

avevo bandito queste visioni

l’irregolare vegetale,

ed io, pittore fiero del mio genio,

assaporavo nel mio quadro

l’inebriante monotonia

del metallo, del marmo e dell’acqua.

Che Babele di arcate e di scalee!

Che palazzo infinito

pieno di vasche e di cascate

a piombo nell’oro opaco o brunito!

E che pesanti cateratte,

pendenti come tende

di cristallo, abbaglianti,

a mura di metallo!

Non alberi, ma colonnati

cerchiavano stagni addormentati

dove naiadi, gigantesche,

come donne si specchiavano.

Per milioni di leghe si spandevano

verso il limite dell’universo

distese azzurre d’acqua

tra rive rosee e verdi!

E che pietre inaudite

e flutti magici!

Che specchi immensi abbagliati

di tutto ciò che riflettevano!

A parte alcune immagini troppo luminose e colorate sul finale, il resto della poesia trova facile riscontro con Blackstar, sia nell’immaginario che nelle idee.

 

CXVII L’Amore e il Cranio

 

“L’Amore sta assiso sul cranio dell’Umanità

e da quel trono profano, con riso sfrontato,

 

soffia gaio delle bolle rotonde che s’innalzano nell’aria,

quasi a raggiungere i mondi al fondo dell’etere.

 

Il globo fragile e luminoso prende un grande slancio,

scoppia e sputa la sua anima gracile come un sogno d’oro.

 

Odo il cranio, a ogni bolla, gemere e pregare:

“Quando finirà questo gioco feroce e ridicolo?”

Perché quel che la tua bocca crudele sparpaglia nell’aria,

mostro assassino, è il mio cervello,

il mio sangue, la mia carne!”

 

La seconda ha indubbiamente meno punti di contatto dal punto di vista dei significati. Il bello dei simboli è pero il fatto che si può arrivare a un grado di astrattismo estremo. E se all’astrattismo non corrisponde nulla al di fuori dell’evidenza, è però vero che l’evidenza  può mostrare meglio il limite a cui è arrivato Bowie, in questo caso nel suo video Lazarus. Inoltre qui non abbiamo certo una diretta corrispondenza fra i simboli del video e quelli scelti dal poeta francese, ma  possiamo porre un parallelo fra l’Amore della poesia e la figura dell’artista che scrive ossessivamente sulla sua scrivania, accompagnato da un teschio, simbolo della caducità delle cose, della morte e dell’uomo.

 

E va da sé che, dato che stiamo parlando di Baudelaire, e dato che la sesta sezione dei Fiori del Male si chiama La Morte, e che il riferimento a Bowie finisce inevitabilmente su questi due capolavori dell’ultimo album, che dobbiamo per forza dare uno sguardo anche a quest’ultima sezione. Essa si apre con La morte degli Amanti e con La Morte dei Poveri, che poco o nulla hanno a che vedere con il nostro. Più interessante, foss’anche solo per il titolo, è La Morte degli Artisti. Qui l’artista è paragonato a un’anima che logora sé stessa in trame ingegnose, prima di arrivare a contemplare la grande Creatura, la cui funzione per l’artista è di “far schiudere i fiori del cervello”. La successiva poesia, La Fine della Giornata, in cui il poeta ci dice di invocare ardentemente il riposo, col cuore affollato di funebri sogni, va a coricarsi fra le rinfrescanti tenebre, in un’immagine che fa della morte o della notte una voluttà proibita e difficile da raggiungere.

L’ultima, più lunga, che chiude l’intera edizione del 1859, si chiama il Viaggio, ed è divisa in 8 parti. Già nella prima si delinea l’idea della vita come viaggio, per cui l’assonanza passa attraverso Kerouac “I veri viaggiatori sono quelli soltanto che partono per partire; cuori leggeri, simili ai palloni, non si scostano mai dal loro destino, e senza sapere il perché, dicono sempre: “Andiamo!”

La poesia prosegue con vari riferimenti ai miraggi, alle chimere, a un’idea di destino che si sposta simboleggiando l’Eldorado, che presenta qualche spunto interessante:

“il suo occhio ammaliato scopre una Capua dovunque una candela illumini una stamberga”. E forse non è un caso che dove ci siano candele, subito dopo, ci siano anche gli occhi, a cui il poeta chiede “Che avete visto?” e la risposta è chiaramente un’apoteosi di Immaginazione, in piena tradizione simbolista, che elenca città, attrazioni, desideri, idoli, e “troni costellati di gioielli luminosi, palazzi pregiati la cui fantastica pompa sarebbe per i vostri banchieri un sogno rovinoso.”

 

L’invito è ovviamente quello di leggere tutta la poesia, e anche tutta la raccolta, che così si conclude:

 

“O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!

Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!

Se nero come inchiostro è il mare e il cielo

sono colmi di raggi i nostri cuori, e tu lo sai!

 

Su, versaci il veleno perché ci riconforti!

E tanto brucia nel cervello il suo fuoco,

che vogliamo tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, cosa importa?

discendere l’Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.”

 

Il tema dell’Ignoto da affrontare per scovare il nuovo non è, mi si scusi il gioco di parole, nuovo.

È di Baudelarie, è di Rimbaud, ed è di tutti i grandi Cercatori, quella con la C maiuscola, che hanno avuto dei doni da spartire con noi poveri mortali, che hanno cercato per noi, regalandoci ciò che sappiamo, ciò che non sapremmo perdere.

 

 

 

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