Black tie White Noise (1993)

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Earthling (1997)
21 aprile 2016
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Black tie White Noise (1989)


 

Black Tie A side.tif

I Tin Machine vennero accantonati dopo un triennio generoso in cui avevano comunque svolto il loro ruolo di “camera iperbarica” per la carriera di Bowie, permettendogli di risalire verso la superficie della musica che contava, senza l’ansia di dover ripetere i successi commerciali riproposti nel suo precedente decennio Pop. Mimetizzandosi in un quartetto democratico (ahimè fin troppo!) il tempo necessario per riorganizzare le idee e riprendere in mano la carriera. Nel frattempo il Duca si era anche sposato a Firenze, con la bellissima modella Iman Mohamed Abdulmajid ed era approdato in una Los Angeles scossa dai tumulti popolari scatenati dal linciaggio del tassista di colore Rodney King da parte della polizia. Il Duca è scosso da questi attriti di natura razziale, in un momento così delicato della sua esistenza, osserva la rivolta dal suo albergo, non con occhi superiori come fosse il protagonista di un romanzo di J.G Ballard in mezzo ad un delirio apocalittico, ma con sarcasmo ed umanità quasi di un reporter di guerra che non ha più la giusta ingenuità per confezionare una ramanzina cantata. Ed è per questo che la titletrack dell’album, al contrario di una “Black and White” di Michael Jackson o “Ebony and Ivory” di Stevie Wonder (comunque gran pezzi), appare magari atipica nel suo discostarsi dai cliché che avevano attraversato il mondo della musica mainstream. Il brano è una preziosa gemma a la George Clinton anni 70′, intervallata da parti di Sax ed un duetto con Al B.Sure!. L’estratto è un po’ lo specchio delle nobili intenzioni dell’album, ovvero celebrare un vero e proprio matrimonio tra culture musicali assai diverse. Aggiungendo della Black Music in schemi più vicini a le Classic Rock bands o magari filtrare il jazz verso contenuti sperimentali Techno o melodie più mediorientali.

La commistione tra generi è già sponsorizzata in un paio delle cover proposte, la “Nite Flights” di Walkeriana memoria, assume i connotati di un pezzo Soul piuttosto spigliato e danzereccio. Ma soprattutto “I Feel Free” dei Cream scopre un potenziale di groove appena suggerito nella versione originale. Questo grosso Highlight del disco (che è anche uno dei migliori omaggi della carriera del Duca, spesso sottovalutato) rappresenta anche la passerella finale per uno strepitoso Mick Ronson, riavvicinato a David dopo circa un ventennio, forse giusto il tempo di rimpiangerlo meglio. Il fatto che, nella traccia accanto “You’ve Been Around”, ci sia Reeves Gabrels alle sei corde in un ruolo simile (ovvero da funambolo nelle strofe, in attesa di giungere al climax nell’assolo), attesta una sorta di passaggio di consegne tra due chitarristi che hanno lasciato una decisa impronta sulla discografia del Duca. Una volta snocciolato quello che in realtà è il cuore adrenalinico e qualitativo del disco, “Jump They Say” possiamo constatarla come un singolo atipico:  Up-Tempo Funk/Jazz dalla melodia piuttosto dissonante, fatta a fette in più sezioni da inserti a fiato. Nel testo, David, celebra un altro addio, stavolta postumo di circa otto, al suo fratellastro morto suicida dopo aver a lungo affrontato i propri demoni interiori in quel labirinto di cristallo che può diventare il cervello umano.

“Pallas Athena”, più che un intermezzo strumentale, è una sorta di trailer musicale di ciò che l’audience ascolterà nella carriera dell’artista nella parte centrale del decennio: la contaminazione dell’elettronica più moderna, beats qui ancora un po’ troppo 90’s (richiamano il tessuto del disco “Dangerous”del King of Pop, non invecchiati benissimo in generale, ma comunque funzionali) e vicini all’Hip Hop come non mai. Essa apre la scena ad una seconda parte di disco un po’ meno coesa rispetto alla prima. Nonostante “Miracle Goodnight” che suona come se i The Meters si fossero presi una vacanza ai Caraibi, a dimostrazione di come Bowie fosse ben attento a non ripetere gli schemi già sfruttati in passato. Nessun pezzo orecchiabile del disco ha una trama sonora realmente diretta come invece era capitato in Let’s Dance. Questi dieci anni non sono trascorsi per caso e Nile Rodgers se ne accorge bene, vedendosi scartare un sacco di pezzi “easy” che probabilmente sarebbero invece passati nelle session dell’altro disco. “Black Tie White Noise” è una sorta di upgrade, un aggiornamento musicale di quegli anni 80 che avevano portato David lentamente ad una deriva d’idee. E comporlo non è stato uno scherzo: praticamente un anno. Più di dieci volte tanto rispetto alla prima registrazione con l’ex Chic. Le tensioni sono confermate dagli intenti multidirezionali del disco, a volte anche un po’ dispersivi (“Don’t Let Me Down and Down” cover della cantante nata in Mauritania Tahra Mint Hembara, risulta lagnosa nel tentativo di convertire la linea melodica, paradossalmente il Duca la canta meglio nella versione indonesiana) ma comunque coraggiosi. Conferma questa attitudine “Looking For Lester”, ove il trombettista dallo stesso cognome di David (ospite per ben quattro pezzi) da un saggio del suo estro melodico.  Il brano si introduce un po’ da solo, essendo quel classico titolo alla “Chasin the Trane” di John Coltrane, in cui si suggerisce l’arrivo di un intervento solista che monopolizza la scena. Ed il fraseggio di Lester è realmente spettacolare, raggiungendo il suo culmine quando è Mike Garson a duettare con le sue note, creando momenti ai confini con il progressive. È quindi buffo pensare che un frammento di tale catarsi sia vicino in tracklist ad happening molto più guascone come la cover di “I Know It’s Going To Happen Someday” di Morrissey (meno barocca). Realizzata prima dell’Outside tour e quindi a priori di buona parte delle speculazioni e divergenze che ci sono state tra i due artisti. L’originale era stato realizzato appena l’anno prima, nel disco “Your Arsenal” che era stato prodotto proprio da Mick Ronson. Curiosamente sia l’originale che la cover sono ambedue piazzate come penultimo brano dei rispettivi lavori. Ascoltando la canzone dell’ex The Smiths è innegabile pensare che abbia preso spunto in qualche modo da “Rock ‘n’ Roll Suicide”, soprattutto nella coda di sax nella struttura del pezzo. E diciamo che Bowie abbia scelto una maniera originale di “vendicarsi”: interpretando un brano che si ispira già di per sé ad una sua interpretazione (siamo ai limiti dell’Inception di Christopher Nolan) con dei vocalizzi a volte volutamente più marcati ed ispidi.

La presenza delle due romantiche “Wedding” abbracciano la tracklist e le conferiscono una valenza di unità che emerge meno nel disco, tra la presenza di cover (4) e una mole (finalmente) imponente di idee, alcune ancora da domare negli anni a venire. Ma ciò che più è di rilievo di questo bell’album è che ci restituisce una carriera solista con il Duca nuovamente al timone ed innamorato della musica come non mai, nonostante le fortune alterne commerciali (l’etichetta inesperta fece una prematura bancarotta, non sostenendo adeguatamente la promozione dell’album) e la mancanza di un tour che probabilmente avrebbe valorizzato meglio certe sfumature groovy dei pezzi.

Chi non lo ha più ripreso in mano dopo l’uscita di “Blackstar”, si è certamente perso qualcosa.
Perché, se il Jazz fosse una lingua, “Black Tie White Noise” sarebbe l’unico a potergli fare da interprete.

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