Apriamo quell’armadio

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Apriamo quell’armadio
di Paolo Rosati



“…La storia potrebbe essere una delle più banali, in fondo.
L’anno è il 1976.
Un adolescente con la testa piena di sogni, molti dei quali irrealizzabili.
Una famiglia colpita da un lutto fra i più tragici, quale può essere quella di un genitore, in quei primi anni settanta.
Una madre che inizia a stringere i denti, cercando di fare il possibile e l’impossibile per allevare un giovane di sedici anni e la sorellina di nove.
L’ambiente è quello di una cittadina di provincia che si trova al centro della pianura padana, che all’epoca nessuno aveva ancora avuto l’ardire di ribattezzare “Padania”, e il verde rimaneva soltanto il colore dell’erba dei prati.

Un altro colore la faceva da padrone, quel rosso intenso che generava un fuoco che bruciava le menti e riscaldava i cuori di una generazione di ribelli, o presunti tali. Un colore che s’insinuava un po’ ovunque, fra le pieghe di una contestazione che era partita molto lontano, nel decennio precedente, dopo l’assassinio di un Presidente americano il cui sorriso emanava un radioso raggio di luce scagliato verso il futuro. Una guerra fra le più sbagliate e le più stupide aveva di colpo interrotto la gioventù di tanti ragazzi oltre l’oceano Atlantico, e quelle cartoline precetto iniziavano ad essere usate come accendini per le sigarette. Fu la fine dell’innocenza per tutta una generazione di sognatori. Di colpo avvenne una frattura, e la giovinezza non veniva più considerata come una stagione della vita, ma come una bandiera da impugnare, un simbolo di identificazione contro un intero modo di vita che di colpo puzzava di turpe menzogna.

Il nuovo sogno americano si nutriva di altri profeti, scrittori che narravano viaggi senza meta, paradisi che diventavano di colpo artificiali. Oppure erano come quel giovane che era giunto a New York dal Minnesota, la cui voce sembrava un impasto di “sabbia e colla”, ma le cui parole avevano qualcosa di strano e di ferocemente bello, ed era impossibile rimanere indifferenti, mentre con quell’aria fra il timido e il sornione ti osservava diritto negli occhi, armato di una chitarra e di un’armonica a bocca. A maggio del 1968 l’incendio iniziò a divampare anche in Europa, a Parigi, e da lì si propagò un po’ ovunque. A Roma fu un giorno di battaglia a Valle Giulia, e uno scrittore prese le parti di quei poliziotti che difendevano quel sistema che li pagava poco e male, chiamando con disprezzo quegli studenti “giovani borghesi”.

Oggi, nel 1976, i muri delle case sono sempre ricoperti di scritte tracciate da mani anonime con bombolette spray. I giovani si sono divisi, adesso, e giocano una delle guerre più stupide e atroci, gli uni contro gli altri, mentre un potere che agisce e tira le fila dietro le quinte, li osserva con cinico interesse, muovendo le sue pedine su una scacchiera che profuma di occulto. Bombe ignobili e vigliacche hanno tinto di sangue piazze e treni, facendo strage di onesti lavoratori che chiedono il riconoscimento di sacrosanti diritti, e di ignari viaggiatori.

Quel ragazzino, rimasto orfano troppo presto, ha paura di tutto quell’odio che lo circonda. Non è il suo mondo, non è quello che pensava di poter vivere, quando da bambino andava al cinema o allo stadio con suo padre.

L’uomo che aveva impresso la sua impronta sulla superficie della Luna pochi anni prima, non può essere lo stesso che arma le mani assassine di tanti, di troppi che pensano di salvare il mondo con una rivoluzione che adesso non canta più con le chitarre, ma ha il sinistro crepitio dei fucili mitragliatori e delle pistole come colonna sonora, e la violenza delle spranghe e delle chiavi inglesi come metodo di dialogo con chi la pensa diversamente.

Il sogno di un futuro che pareva essere a portata di mano rivive per lui fra le pagine di una rivista di fantascienza, dove mondi lontani ed esseri differenti incrociano liberamente i loro destini e i loro linguaggi, e l’universo diventa un’enorme casa, la patria naturale, capace di dare vita alle storie più incredibili che sia possibile immaginare.

Proprio sulle pagine di questa rivista, nell’aprile del 1976, esce un numero con la copertina tutta argentata, che presenta un’immagine del tutto differente dal solito. Campeggia, all’interno di un cerchio rosso, l’immagine di un uomo dall’aspetto emaciato, con il volto illuminato da una luce blu.

Quel romanzo si chiama “L’uomo che cadde sulla Terra”.

L’uomo della copertina è un cantante inglese, che, guarda caso, aveva attirato l’interesse di quel ragazzo poche sere prima alla tv, in seconda serata.

Cantava una canzone chiamata “Golden Years”, e la sua voce era intrisa di bellezza e nostalgia, la stessa nostalgia che il giovane nutriva per la sua infanzia, oramai distante in un passato che nella sua memoria assumeva i colori di uno splendido paradiso perduto. Quel cantante, così pallido in volto, in mezzo ad una folla di giovani afroamericani che ballavano al ritmo sincopato della sua canzone, aveva avuto il potere di dipingere un sorriso sul suo viso spesso segnato da una smorfia, in cui la timidezza e un sottile senso di disprezzo per tutto ciò che lo circonda, disegnano attorno alla sua persona un’aura particolare, solitaria, un po’ stravagante e stralunata.

Quel libro è diventato un film, e un sabato pomeriggio tre adolescenti vanno al cinema a vederlo. Ad uno il film non piace, vorrebbe uscire fra il primo e il secondo tempo, ma alla fine rimane: quando sei con i tuoi amici devi pure rispettarli, in fondo. Al secondo non dispiace affatto, lo osserva con grande curiosità. Il terzo è seduto con gli occhi fissi sullo schermo. La storia di quell’alieno così straordinariamente umano lo commuove. La sente sua. Quella figura così debole e quasi malaticcia, quello sguardo che sembra osservare un punto verso l’infinito, quegli occhi così strani e differenti fra loro, sono come due luci che lo ipnotizzano, gli penetrano nella mente e non ne escono più.

La cattiveria di quel mondo, descritta nel film, è la stessa che sente attorno a se stesso nella realtà.
Quell’extraterrestre sembra essere quasi un fratello dello spazio, venuto da lontano a trovarlo proprio quel giorno, altrimenti un banale pomeriggio come tanti altri.
All’uscita i tre amici si salutano.
Ma al nostro amico, che iniziamo piano piano a conoscere, rimangono dei soldi in tasca. Entra così nel primo negozio di dischi, e chiede alla commessa l’ultimo album di quel cantante inglese che ha visto recitare al cinema fino a pochi minuti prima.
Con grande sorpresa, la copertina bianca del disco ha un’immagine in bianco e nero che riporta un frame tratto dal film.
L’emozione è tanta, appena arrivato a casa, mentre estrae dalla custodia quel disco in vinile, lo appoggia sul piatto, e depone su di esso la testina del giradischi.
Poi si siede, e inizia ad ascoltare il rumore di un treno che sfreccia sui binari e il suono di una sirena…”

Una storia probabilmente come tante, per chi è stato un ragazzo negli anni settanta, perso nella folla, con il suo carico di sogni e di speranze, di incertezze e delusioni.

David Bowie non è un artista come gli altri, di questo me ne sono reso conto negli anni. Ha attirato una grande fascia di pubblico, ammaliata dal divismo inarrivabile del personaggio, ma non ha vissuto per questo più di quarant’anni nelle nostre case, nella nostra memoria, entrando come un inquilino nella nostra immaginazione di soppiatto, un giorno, per non andarsene mai più. David Bowie ha significato, e significa tantissimo, per diverse generazioni.

Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscerlo quasi per caso, nel momento probabilmente migliore della sua incredibile corsa durante gli anni settanta. L’apice straordinario di una creatività in perenne e tumultuosa eruzione, quando le colate di lava della sua immaginazione si solidificavano in album straordinari, differenti da tutto quello che usciva in quel periodo, che, non dimentichiamolo, vedeva comunque artisti straordinari incidere capolavori che si susseguivano l’uno dopo l’altro.

Bowie era differente.
In tutto e per tutto.

Quanti ragazzi e quante ragazze, che vivevano sulla propria pelle il dramma della crisi di identità, in un’epoca in cui la rivoluzione sessuale nascondeva comunque una raffinata ipocrisia che non cedeva di un millimetro di fronte alla tentazione di deridere e sbeffeggiare le persone omosessuali, quanti di questi ragazzi e di queste ragazze trovavano un rifugio, un porto franco, un aiuto comunque, a livello psicologico, in quel cantante che si era definito con irridente spavalderia egli stesso gay, scrivendo una canzone come Rebel Rebel?

“Se ce l’ha fatta lui, allora posso farcela anch’io!”.
Appunto.
Ma non si tratta solo di questo.

Bowie seppe essere sempre e comunque un passo avanti a tutto il resto del gruppo. Addirittura riuscì a portare al successo personaggi di primo piano come Lou Reed e Iggy Pop, che senza di lui probabilmente sarebbero rimasti prigionieri dell’oblio generale, o quantomeno relegati in una nicchia, tanto eroica quanto anonima.

Ma non solo.

Bowie fu un rivoluzionario dell’arte cosiddetta “popolare”, riuscendo a fare della musica rock una sorta di teatro, in cui egli recitava sul palco attraverso personaggi creati e adattati in maniera tale da diventare essi stessi vivi, personalità indipendenti che prendevano in affitto il volto e il corpo del proprio creatore per vivere una vita propria. Chi fosse Ziggy Stardust o Aladdin Sane, il Duca Bianco o Nathan Adler, piuttosto che Screaming Lord Byron o l’algido dandy berlinese, in fondo, nessuno lo sa, se non la persona che oggi non può più dircelo.

Bowie andò oltre.
Nessuno fu capace di far parlare di sé senza dire nulla.

Dieci anni di silenzio, in cui la sua voce rimase spenta, le sue parole scomparirono da tutti i mezzi di informazione, e le uniche note ufficiali che lo riguardavano erano le smentite del suo ufficio stampa circa presunte sue apparizioni in concerti, show o sale di registrazione. Il suo silenzio divenne la sua migliore cassa di risonanza, la sua assenza sguinzagliò fra le strade di New York improbabili paparazzi, intenti a fotografarlo durante le sue uscite con la moglie o la figlia, oppure alla fermata dell’autobus, come un normalissimo cittadino di New York. La voglia di rivederlo sembrava essere un silenzioso passaparola, e pazienza che alcune delle sue ultime uscite discografiche avessero fatto (più o meno giustamente) storcere il naso a qualche critico o a tanti dei suoi fan. Bowie rimaneva sempre e comunque un monumento, una icona da venerare e con cui fare i conti per tanti giovani artisti che traevano profitto e insegnamento dal suo lascito artistico.

Ma Bowie andò ancora oltre.

La sua fine fu per certi aspetti la chiusura “perfetta” di un’epopea che terminava la sua esistenza terrestre per entrare in una dimensione leggendaria.
Perché nessuno, penso, sarebbe stato capace di incidere sotto chemioterapia un album straordinario come quello che ha come unico simbolo una stella nera. Nessuno avrebbe compiuto l’azzardo di radunare un gruppo di musicisti giovani e praticamente sconosciuti per registrare quello che con ogni probabilità sarebbe potuto essere (come è stato alla fine) il suo ultimo album, l’estrema sintesi finale di un percorso artistico e umano da far venire i brividi.

Ma non solo.

Il destino, e solo quello, lo ha aiutato a scolpire in maniera indelebile, nella memoria di tutti coloro che hanno amato la sua parabola artistica, la sua partenza verso l’ultimo viaggio, là, dove il Maggiore Tom orbitava da decenni, e dove quello scheletro decapitato, fluttuante verso un enorme buco nero, sembrava chiaramente alludere ad una tragedia destinata a compiersi senza alcuna speranza di salvezza, mentre quel teschio intarsiato di pietre preziose veniva custodito da arcane sacerdotesse, officianti un rito, quasi una danza sacra, avente lo scopo di far rivivere l’essenza vitale celata in quella reliquia. Quel teschio era sul tavolo dove il Duca Bianco vergava disperatamente le sue ultime parole, prima di ritirarsi, di soppiatto, con passi quasi robotici, all’interno di un armadio, chiudendo la porta davanti a sé stesso. Amiche carissime, e amici che siete riusciti ad arrivare fino a qui, quell’armadio è di fronte a tutti noi, oggi, adesso. Lo scopo di questo sito, è di riaprirlo, poco per volta, e di fare uscire quello “spirito”, quell’arte, quell’insieme di emozioni e di sensazioni legate alla musica, alle parole, alle canzoni e agli album che David Bowie ci ha lasciato in eredità.

Sta succedendo qualcosa di incredibile.
Oggi non è più David Bowie a far parlare di sé, bensì i suoi fan.
Che sono quasi cresciuti, si sono riappropriati della sua arte, e si mobilitano quasi in maniera autonoma, ritrovandosi, conoscendosi, allacciando nuove relazioni, amicizie e quant’altro.

www.davidbowieblackstar.it è proprio questo.

Questo sito è il luogo in cui la porta di quell’armadio si riapre, e siamo tutti noi, tu ed io, che celebriamo quel rito, che sentiamo lo spirito di quel grandissimo artista ritornare prepotentemente in vita, oggi, qui e adesso.

Non è magia.
E’ vita.

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