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Albin Wantier intervista Schapiro

di ALBIN WANTIER

While working with Bowie, I just had to be an observer.

Steve Schapiro

È passato quasi un anno dacchè ho incontrato Steve Schapiro per la prima volta. Lo scorso gennaio, un paio di giorni dopo la scomparsa di Bowie, scrissi un lungo articolo nel mio blog, mettendo in luce le evidenti connessioni tra il video di Lazarus e la sessione fotografica che Bowie e Schapiro fecero assieme nel 1975, prima della release di Station To Station. Inviai il mio articolo a  Steve, chiedendogli di concedermi un’intervista per scrivere un ulteriore articolo su quanto egli aveva prodotto con David. Onestamente, non mi aspettavo alcuna risposta. Pensavo che sarebbe stato un tentativo senza speranza. Sorprendentemente non solo Steve mi rispose immediatamente, ma il suo editore mi chiese anche se volessi collaborare per un libro riguardante Bowie, sul quale stavano lavorando da alcuni mesi. Restammo in contatto a lungo, per cooperare assieme. Il libro (la nostra recensione) infine venne pubblicato in aprile. Il testo che segue è la trascrizione dell’intervista a Steve dopo l’uscita del volume. Parmammo al telefono per quasi un’ora. Quello che più mi colpisce quando ascolto la registrazione è la sua gentilezza. Nei primi 10 minuti egli mi chiese della reazione di Brussels dopo gli attacchi terroristici del 22 marzo, che causarono la morte di 36 persone. Credo che questo dimostri  quello che rende grandi i fotografi: preoccuparsi per gli altri. Lo scorso giugno ho incontrato Steve a Londra. Abbiamo trascorso diverso tempo a chiacchierare, assieme a sua moglie e alla mia ragazza. È accaduto pochi giorni dopo la scomparsa di Muhammad Ali. Steve aveva molte e incredibili storie da raccontare riguardo ad Ali e alle foto che fecero assieme. Abbiamo parlato anche di Andy Warhol, i Velvet Underground, Robert De Niro… Questi racconti li terrò per me. Vi lascio godere delle parti riguardanti Bowie.

Image by © Steve Schapiro

AW: Come ha fatto a incontrare David Bowie?
SS: Michael Lippman, che era il manager di David e con il quale avevo lavorato in precedenza, mi chiamò chiedendomi se fossi interessato a fotografare Bowie. Ovviamente risposi di sì ancora prima che terminasse la domanda!

AW: Sa perché glielo propose?
SS: Fu principalmente una scelta del manager. Non credo che David mi conoscesse. All’epoca avevo già pubblicato un sacco di cose, ma non avevo prodotto molto nel campo del rock’n’roll. Il manager deve aver pensato che avrebbe funzionato. Ero solito lavorare in modo discreto e probabilmente Michael Lippman pensò che sarebbe stata una sessione tranquilla, e così fu. Credo che fondamentalmente sperasse in una collaborazione proficua. Ora credo che andò meglio del previsto.  Di certo la prima sessione durò molto più di quanto chiunque si aspettasse: dalle 4 del pomeriggio fino alle 4 del mattino.

AW: Ricevesti delle precise istruzioni da parte di Bowie o Lippman, prima della sessione?
No, non molto. Quando lavoravo ai film, ero solito prepararmi leggendo le sceneggiature. Ma prima della session con Bowie nulla. Di certo conoscevo parecchie cose che lo riguardavano. Quando inizio una sessione fotografica non ho alcuna predisposizione mentale. Di solito non so cosa troverò o in quale direzione ci si muoverà. La mia sessione ideale è quando nessuno bada a me ed entro in gioco per vedere quello che succede. Naturalmente in quella situazione dovemmo mEttore nello studio degli sfondi. Alla mattina preparammo le luci e cose di questo genere. Ma non ricevetti anticipazioni su quale tipo di sessione sarebbe stata o come si sarebbe svolta. Mi aspettavo che probabilmente sarebbe andata bene.

Image by © Steve Schapiro

AW: Bowie mostrò qualche interesse nelle luci o in altri aspetti tecnici legati alla sessione?
SS: No. Li prese per buoni. Sembrò dare per scontato che le cose erano adatte. Cerco sempre di evitare questo con le persone che sto per fotografare, perché vengono distratte. Quello che tento di ottenere in una sessione fotografica è l’essenza della persona o dell’evento. Non credo che un fotografo dovrebbe iniziare guardando l’obiettivo od occuparsi degli aspetti tecnici, perché altrimenti sfugge il momento e il mood della stessa sessione.

AW: Rimase in contatto con David successivamente?
SS: Sì. Lo andai a trovare nella casa che aveva in affitto a Los Angeles. E poi lavorai nel film L’uomo che cadde sulla Terra. Ci incontrammo diverse volte. Lavorammo insieme anche nel suo tour del 1976. Sapeva che avevo collaborato con Buster Keaton. Bowie era un suo grandissimo fan e quando collaboravamo assieme nell’Isolar Tour del 1976, egli fece proiettare alcune mie foto di Buster Keaton.

AW: Come finì a lavorare in The Man Who Fell To Earth?

SS: Conoscevo il produttore e loro avevano notato che la collaborazione tra me e Bowie aveva funzionato molto bene. Su un set cinematografico non vogliono alcun tipo di disturbo da parte del fotografo. I produttori desiderano che non entri nella “linea di sguardo” dell’attore e che tu non faccia alcun rumore con la fotocamera. Nella produzione di un film il fotografo è la persona in assoluto più defilata, perché non aiuta nella produzione durante il suo svolgimento. Diventa importante solo quando le riprese sono terminate, in termini di marketing cinematografico. Ribadisco tuttavia che conoscevo il produttore e tutti sapevano che sarebbe filato tutto liscio. A quel tempo lavoravo con un sacco di riviste. Avranno probabilmente pensato che sarebbe stata un’ottima pubblicità e soprattutto, credo, si trovavano bene con me.

AW: Quando stavi realizzando quelle foto, sapevi che sarebbero state usate per le copertine dei due album successivi, Station To Station e Low?
SS: Non ne avevo idea. Assolutamente no. Fu una completa sorpresa per me. Sapevo solo che inizialmente era stata testata una immagine per il singolo Golden Years. E ora sono venuto a sapere che sceglieranno un’altra foto tra quelle per il box che sarà realizzato a settembre (Nota: parte di questa intervista è stata realizzata in marzo, prima della release del box set Who Can I Be Now? – edito dalla Parlophone – uscito lo scorso autunno, e recante in copertina uno scatto di Steve Schapiro).

Image by © Steve Schapiro

AW: La foto usata per la cover di Station To Station è piuttosto diversa dalle altre copertine, perché mostra Bowie in movimento. Mi ha colpito il fatto che il soggetto dell’immagine possa essere il “movimento” stesso, piuttosto che Bowie come personaggio famoso. È d’accordo?
SS: Sì. Perché non è un primo piano. In tutte le altre copertine ci sono primi piani. Fondamentalmente non lo si può vedere a figura intera sulle cover degli album. Se osservi la copertina del libro Then and Now (volume antologico che ripercorre i 50 anni di carriera di Schapiro, edito per la Hatje Cantz nel 2012, ndT), c’è uno scatto alternativo di quello apparso su Station To Station.

AW: Quando Station To Station venne pubblicato nel 1976 si concentrò sul significato dei testi? Come si possono collegare alla sessione fotografica?
SS: No davvero. Non feci alcun collegamento all’epoca. Anche l’immagine utilizzata per l’album venne scattata durante The Man Who Fell To Earth. Sono foto che forniscono un punto di vista differente sul film, e alcune di esse vennero realizzate mentre la cinepresa stava filmando. Inizialmente erano per il lungo metraggio. Successivamente vennero sfruttate per la copertina dell’LP, ma non era lo scopo di quella sessione. Sai, ero là per lavorare al film, non ad un album di Bowie.

AW: Torniamo alla sessione precedente. Quando Bowie iniziò a disegnare tutti quei simboli sul pavimento e sulle pareti, che poi risultarono collegati alla Kaballah, aveva idea di quello che lui stava facendo?
SS: Nessuna. Mi piace “scomparire” durante uno shooting. Non volli mai interromperlo, perché lo avrebbe distratto. Anche prendere una pausa avrebbe fatto perdere completamente la sua concentrazione. Desideravo avere il maggior vantaggio possibile della situazione. Essere solo un osservatore.

AW: David le raccontò qualcosa di Alistair Crowley e delle sue letture spirituali?

SS: Ne parlammo. Ma senza ricollegarle a quanto stava facendo durante quella sessione fotografica. Devi sapere che la maggior parte delle nostre conversazioni avvennero successivamente, e allora io non avevo idea di quello che stesse facendo. Non sapevo nulla né della Kaballah né dell’Albero della Vita.

AW: Bowie affermò in più di un’intervista che ricordava a stento qualsiasi cosa di quel periodo. Stava chiaramente perdendo il controllo a causa dell’abuso di droga. Quando lavoraste assieme ebbe sensazione di questo?
SS: Non vidi nulla del genere. Nessuno dei miei lavori o collaborazioni con lui, e nessun momento trascorso assieme può essere ricondotto a quello stato. Ovviamente dopo ne venni a conoscenza e ne lessi a riguardo. Ma è qualcosa della quale non ebbi alcun riscontro lavorando con lui.

AW: Ebbe la sensazione che volesse controllare ogni aspetto della sua immagine?
SS: No. I Rolling Stones o i Beatles produssero musica fantastica, le canzoni sono fantastiche, e in qualche modo se lo imponevano, anno dopo anno, ma erano rimasti gli stessi. Solo lo sfondo era cambiato. Bowie al contrario era molto consapevole e desiderava continuare a crescere e creare costantemente cose nuove. Quando realizzava qualcosa, aveva finito. Allora si muoveva in una nuova direzione. Poteva diventare anche una persona completamente diversa. Era un attore tanto quanto un musicista. Questo perché era molto intelligente e aveva un’enorme fiducia in se stesso. Sapeva di poter continuare a crescere.

Image by © Steve Schapiro

AW: Lei ha fotografato molte celebrità, da Andy Warhol a Lou Reed, Robert De Niro, Marlon Brando. Quanto era diverso Bowie da tutte quelle persone famose con le quali lei ha lavorato? 

SS: Ognuno è unico! Tutte quelle star erano diverse. Alcune erano molto tranquille, altre davvero scatenate. Quello che mi sorprese quando incontrai la prima volta David è che mi anticiparono che sarebbe stato uno shooting molto rock’n’roll. E non lo fu per nulla. Lui era molto calmo, intelligente and ciarliero. Nessuna delle nostre conversazioni riguardarono le superstars. Furono solo su quello che stavamo facendo, e come lo potevamo realizzare. Quando stai lavorando con uno come lui, consciamente o inconsciamente, tenti di collaborare sperando di ottenere delle immagini iconiche.

AW: In gennaio, un paio di giorni dopo la morte di David, le ho scritto chiedendole di concentrare la sua attenzione ad alcuni dettagli del video di Lazarus, estremamente connessi al suo lavoro con Bowie. Quale è stata la sua prima reazione?
SS: È stato un momento emozionalmente intenso. Il video mostra una sorta di continuità spirituale con tutti i riferimenti alla Kaballah e al vestito con le righe bianche. Non ho idea da cosa provengono quelle righe, ma è ovvio che per lui avevano un significato speciale. Vederlo ritornare idealmente indietro proprio nell’ultima parte della sua carriera è stato molto emozionante per me. Ha improvvisamente amplificato il significato della sessione fotografica che realizzai all’epoca.

AW: Sta lavorando a nuovi progetti?

SS: Sto terminando un libro intitolato Misericordia, che prende il nome da una comunità di Chicago fondata nel 1974 dalle sorelle Rosemary. È una comunità che aiuta le persone con problemi mentali. Una volta trascorrevano la maggior parte del loro tempo sedute in una stanza o guardando la TV, perché gli altri li consideravano diversi. Ora è una comunità di 600 persone: hanno un panificio, confezionano caffè e lavorano al computer. Improvvisamente è diventata una situazione di uguaglianza. Tutte le loro personalità emergono e acquisiscono coscienza della propria unicità. Tutto completamene gioioso. Entri in una stanza e qualcuno ti stringe la mano immediatamente, chiede il tuo nome e inizia una conversazione con il sorriso.

AW: Utilizza ancora la fotocamera? Cosa ne pensa dell’evoluzione della fotografia, a distanza – 10 anni fa – dell’introduzione degli smartphone?
SS: Credo che la fotocamera tradizionale sia diventata obsoleta. Oggi chiunque può utilizzare uno smartphone, come un tempo si utilizzavano le macchine fotografiche. La risoluzione è sempre maggiore ed è possibile anche stampare immagini molto grandi. L’altra grande evoluzione iniziata con le fotocamere digitali, e ora con gli smartphone, è che le persone fanno scatti a colori e non in bianco e nero. Sono ancora convinto che il bianco e nero riveli maggiori emozioni delle immagini a colori. Se fotografi due persone in strada e una indossa un maglione rosso, la tua attenzione sarà attratta da quel colore. Così perderai molta intensità ed emozione del momento che stai tentando di catturare. Da un altro punto di vita, siamo bombardati da così tante immagini che alcune si perdono. Per esempio 6 mesi fa vidi una notevole foto di Obama. Poteva diventarne un’immagine “classica”. Nonostante questo ho trascorso un sacco di tempo in Rete cercandola, e sembra sia scomparsa nelle tonnellate di altre sue foto. Probabilmente non la vedrò mai più. Anche le riviste sono cambiate molto. Negli anni ’50 e ’60 mi piaceva molto leggere lunghi articoli di 8-10 pagine in magazine come Life, che avevano un sacco di foto. Ora le riviste usano una singola immagine per raccontare una storia. L’emozione e il design sono diventati meno importanti. Inoltre questi giornali ora lavorano con uno staff ridotto che copre ogni sezione. È diventato molto più difficile per i giovani fotografi farsi notare. Negli anni ’60 – l’epoca d’oro del giornalismo fotografico – era facile trovare una rivista interessata in quello che facevi. Ti permettevano di farlo e le tue foto venivano pubblicate. Inoltre il giornale copriva le spese. Ma le cose sono cambiate. È quello che chiamano progresso… credo.

AW: Quello che ha detto riguardo la foto di Obama, persa nella miriade di altre sue foto, è molto interessante. Perché può essere comparato con l’uso molto limitato di Bowie dei social network. Durante la sua intera carriera tutto quello che ha fatto è stato fotografato. Ci sono migliaia e migliaia di immagini che documentano ogni sua singola fase artistica. Dall’altra parte però lui molto raramente postò immagini recenti su Instagram, Twitter o Facebook. Riguardo quello che ha detto della foto di Obama, è come se Bowie avesse capito che postare nuove immagini di lui, lo avrebbe fatto scomparire tra le numerosissime pubblicazioni di celebrità che vengono messe online quotidianamente.
 
SS: Non so dare una risposta. Posso solo fare delle supposizioni. Dovevano però essere cambiate le sue priorità. Probabilmente ha a che fare con il suo attacco di cuore e si è concentrato maggiormente sulla propria famiglia. Deve essersi reso conto di avere realizzato quasi tutto quello che voleva in quel campo. Probabilmente ha voluto tornare ad uno stile di vita più semplice. Una questione di valori suppongo. La salute e la famiglia. È diventato solo una persona comune che vive a New York, e scende nel negozio sotto casa. Non cercava più l’attenzione che lo attraeva all’inizio.

AW: Ha ascoltato il suo ultimo disco? Le è piaciuto?
SS: Certo. Molto emozionante, per tutti noi.

(Traduzione: Matteo Tonolli)

– Qui potete leggere la prefazione di Albin Wantier al volume di Steve Schapiro intitolato “BOWIE”: https://www.davidbowieblackstar.it/cabbala-fusione-nucleare-ed-immortalita-i-segni-lasciati-da-bowie/

– Per approfondire le interconnessioni tra Station To Station e Blackstar la nostra intervista ad Albin Wantier: https://www.davidbowieblackstar.it/steve-schapiro/

http://steveschapiro.com

Steve Schapiro con Albin Wantier a Londra, 2016

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