Adrian Belew: la nostra intervista

Our interview with: Adrian Belew
12 dicembre 2016
“The Last Five Years” in onda il 10 Gennaio su Vh1
20 dicembre 2016
Intervista ad Adrian Belew
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Parlare con Adrian Belew è come sfogliare con il respiro intere pagine di storia della musica, un chitarrista che ha letteralmente creato una corrente d’ispirazione per un gran numero di Guitar Heroes che non si accontentavano della mera tenica Prog, ma cercavano di infrangere ogni barriera convenzionale. Registri ispidi e tecnologia al servizio del talento. L’ex (per ora) chitarrista dei King Crimson però non è certo il tipo di artista che si accontenta di fare da museo vivente del Rock, ma porta avanti progetti innovativi e di spessore anche nel contemporaneo. Non potevamo proprio farci sfuggire la possibilità di farci aggiornare a trecentosessanta gradi sulle sue attività.

: Mr. Belew, come stanno procedendo le registrazioni del progetto Gizmo? (formazione che vede presente l’ex Police Steward Copeland ed il leader dei Level 42, Mark King – ndr)

AB: Stanno andando molto bene! Siamo stati più o meno una settimana a Milano e abbiamo sorpreso noi stessi perché siamo riusciti a fare tutte e 10 le canzoni in quell’arco di tempo. Non sapevamo se saremmo stanti in grado di rispettare la tabella di marcia. Ora siamo arrivati a un punto molto buono, dove sono rimaste solo piccole cose da fare, suona fantastico! La cosa interessante è che quando ho deciso di cominciare questo progetto, non eravamo nemmeno un gruppo, perché nessuno sapeva come sarebbe evoluto, quindi dal secondo giorno abbiamo capito immediatamente che stava funzionando così bene che tutti siamo stati d’accordo: sì, dovremmo fare qualcosa di più che solo un disco, forse dovremmo vedere se riusciamo a fare un tour il prossimo anno e cose simili… da allora sono andato a trovare Stewart al suo studio a Los Angeles e ho finito un pò dei dettagli che erano rimasti da completare da parte mia, un po’ di materiale in merito alla chitarra e alcune parti vocali. Fino ad ora ho ascoltato forse quattro missaggi delle 10 canzoni e ho pensato che suonano proprio bene, ottime così come le avevamo lasciate. Sono soddisfatto della produzione e di come suona il tutto.

: L’avete registrato tutto a Milano o solo una parte?

AB: Tutto, sì. È stato interamente registrato a Milano. Vittorio e Mark erano lì solo in quel periodo, idem per quello che riguarda me.

Porterai del materiale del progetto Flux in tour? L’app sarà disponibile per Android nel futuro? (Flux è una app che permette di creare innovativi suoni per chitarra, come una pedaliera digitale, ndr)

AB: Beh, è un vero problema farlo per Android, abbiamo problemi di natura tecnica, costa più o meno 14 volte di più farlo (ride), quindi diciamo che è una questione finanziaria ma prima ancora, tecnica. Lo abbiamo fatto abbinandolo a IOS Apple perché era più sensato, dal momento che è più una piattaforma musicale. Per produrlo per Android lo devi fare in 14 modi diversi – per coprire tutte le possibili varianti – perciò il costo andrebbe fuori controllo, non saremmo in grado di farlo. Comunque ciò potrebbe cambiare in futuro, arriverà il momento in cui si troverà un modo per farlo per coloro che usano Android, anche se stanno cercando di fare uscire tutto il contenuto di Flux su una serie di CD, così che anche se non hai Android o se non sei una di quelle persone che scaricano musica – se esistono (ride) – potrai semplicemente metterlo nella tua playlist e farne quello che vuoi dal CD.

 Pensi che il materiale del progetto potrà essere utilizzato in un tour?

AB: Beh, una parte potrebbe, certo, ed è probabilmente quello che farò con il mio Trio nel 2017. Il prossimo anno ho in mente di fare una prova generale per mettere insieme un nuovo show, perchè lo spettacolo che abbiamo adesso è abbastanza nuovo ma non è completo come quello che avevo in mente, anche se include il Flux Concept. Nello show che facciamo ora, che porteremo in Sud America tra qualche settimana, ci sono momenti affini a ciò che succede nella Flux app: magari stiamo suonando un brano e improvvisamente la canzone è interrotta da un suono o qualcos’altro e allora passiamo immediatamente ad un altro brano, quindi è un modo a ritmo sostenuto di suonare un live. Possiamo così suonare un sacco di brani in una notte: il metodo Flux ci permette di eseguire circa 30 brani a serata; non lo facciamo sempre durante lo spettacolo, solo in certi punti. Quindi potrà esserci un punto in cui faremo 5 pezzi di fila ma fatti col metodo Flux, si sentirà magari un minuto di una, due di un’altra, tre della terza, o qualcosa del genere. Avremo altri punti in cui suoneremo le canzoni intere, se facciamo per dire – Discipline dei King Crimson – allora suoniamo l’intero brano.

 Molto interessante, è come avere la app durante il concerto…

AB: Sì, è proprio così. Riguardo a quello che chiedevi prima… oltre che riuscire ad attuare il concetto di Flux l’anno prossimo, spero che prenderemo una parte del materiale dall’app adatto al Trio per inserirlo nella scaletta, quindi questi sono i miei piani per l’anno prossimo.belew_inter

Come fu il primo l’impatto di suonare con Zappa? Era difficile entrare nel suo schema mentale?

AB: Non è stato affatto difficile capire Frank, era molto chiaro nei suoi pensieri e idee o le cose che diceva, io andavo molto d’accordo con lui. La musica però per me era molto impegnativa, dato che fino a quel punto della mia vita io ero totalmente autodidatta e avevo suonato per lo più canzoni che ascoltavo alla radio. Il materiale di Frank Zappa è molto più complicato, così mi dovetti adattare e imparare molto in fretta a suonare con indicazioni del tempo inusuali e fare alcune delle cose veramente complicate che mi chiedeva, ma avevamo tre mesi di prove quindi, alla fine di quell’arco di tempo, prima di calcare il palco mi sentivo abbastanza fiducioso che tutto sarebbe stato perfetto. È stato molto divertente… ma sì, all’inizio è stata proprio dura! (ride).

Difficile tecnicamente, ma come carattere era facile andare d’accordo con Zappa o no?

AB: Con me era molto amabile. Ma non direi che potrei definire così la sua personalità: lui cercava alcune cose fatte in un certo modo ed era esigente, voleva che si suonasse la musica correttamente e consistentemente. Per quanto mi riguarda, credo che mi abbia preso un po’ sotto la sua ala, stavo con Frankie anche quando viaggiavamo in tour, alcune persone stavano con gli altri della band e io mi ritrovavo con Frank dato che mi sentivo a mio agio con lui. Per me lui era una specie di mentore, quindi credo che mi trattasse forse meglio della maggior parte degli altri.

  A proposito, ho letto tempo fa di un curioso aneddoto sul tuo essere quasi conteso da Zappa e Bowie. Hai qualche storia sui tuoi primi concerti con Bowie?

AB: Beh, non ricordo il mio primo concerto con David (ride), quello che ricordo è che, appena siamo arrivati a casa dal tour con Frank Zappa, ho dovuto girare i tacchi, fare i bagagli e partire di nuovo, in direzione Dallas, e avevamo due settimane di prove con David. Quindi non ho avuto nemmeno il tempo di considerare quello che succedeva, stavo cambiando marce molto in fretta, passando dalla musica molto complicata di Zappa alle sonorità di Bowie, per le quali non avevo problemi a suonare dato che avevo imparato parecchi suoi successi dalla radio. Lavorare con David era molto meno impegnativo per me perché voleva solo che mi lasciassi andare selvaggiamente con la chitarra, mentre Frank aveva idee molto più articolate. Come dicevo, non ho memoria del primo concerto ma ricordo il tour in toto come veramente incredibile, perché è semplicemente un livello diverso quando lavori con una superstar, è… tutto è diverso… sai… in qualunque momento ti giri e puoi imbatterti in un’attrice o stella del cinema o qualcuno che David conosce. È proprio una cosa diversa rispetto a viaggiare nel mondo di Frank o nel mio mondo normale. Quella era la transizione principale tra Frank a David alla quale abituarsi, l’atmosfera era diversa, sai… viaggiavamo su aerei privati e cose così, quindi è un onore poter fare uno di quei tour.

  In Lodger suoni in maniera molto istintiva, probabilmente anche grazie al metodo innovativo che Eno e Bowie ebbero di registrare; hai riascoltato quel disco negli ultimi anni, e cosa hai provato?

AB: Non l’ho ascoltato per un po’ di anni ma provo le stesse cose che provavo prima, penso sia veramente un grande disco. Credo che la ragione per cui sia stato così ignorato riguardi il fatto che era uno degli ultimi dischi per la RCA, il suo contratto era terminato e penso che l’etichetta abbia detto “beh, perché dovremmo promuoverlo?”. Sai, è tipico; quindi il loro sforzo a livello pubblicitario non è vicino ad esempio a Heroes. Perciò, quando ascolto il disco, penso che sia veramente… così… world music! Suona come musica da posti diversi nel mondo, ha un suono e produzione incredibile, adoro tutte le sue qualità e al suo interno ci sono tanti picchi. Le mie stesse parti, come hai detto, erano… cercavano di farmi suonare le cose accidentalmente (ride), non dicendomi prima cosa dovevo eseguire (ride). Quando riascolto le mie parti è emozionante per me. Perché ricordo i momenti in cui accadeva e mi torna in mente che ero nello studio e sentivo qualcuno che batteva il quattro 1-2-3-4 e poi iniziava la canzone e io non avevo idea di quale sarebbe stato il brano né quale suono usare o in quale stile adattare o niente, quindi era eccitante.

  Che strumentazione usavi nelle attività live con David?

AB: Avevo un setup abbastanza semplice che alcuni tipi della crew di David mi avevano fornito, credo fossero 7 diversi pedali. Non erano sul palco, erano fuori dal lato da esso. Connessa ad essi c’era un semplice pedaliera che aveva 8 interruttori. Il pedale numero 1 ad esempio lo accendevi e spegnevi salendoci sopra e potevi usare qualunque degli altri 7 che volevi; l’ottavo era muto quindi potevi silenziare il suono tra le canzoni, così che non ci sarebbe stato alcun rumore. Era un equipaggiamento molto semplice ma l’ho usato non solo per quel tour con David ma anche per quello successivo con i Talking Heads e per i primi due anni con i King Crimson, prima di espandere il mio setup ad altre cose come sintetizzatori per chitarra e altri materiali più tecnologici.

 Che chitarra usavi?

AB: Avevo una Stratocaster, l’unica chitarra di mia proprietà fino a quel momento (ride), una vecchia Stratocaster ammaccata e bistrattata. Nemmeno so bene in che anno fu fatta, credo nel 1967, ed è abbastanza bruttarella, ma era quella che ho usato in tutti i primi anni ottanta, poi le cose sono cambiate e adesso ne ho fin troppe (ride).

Beh, la buona vecchia strato!

AB: E ancora possiedo quella buona vecchia strato.

Non ho dubbi, probabilmente hai ancora tutte le tue chitarre, giusto?

AB: In effetti ancora ne ho la maggior parte, sì. Sono una di quelle persone che quando trova un pezzo di equipaggiamento adatto lo tiene da parte o se ne prende cura. Infatti nel mio studio ho un armadio pieno di vecchi pedali che ho usato fin dalla prima parte della mia carriera. Funzionano ancora, e se voglio posso usarli.

B.B. King diceva che le chitarre erano per lui come persone…

Beh sai, ogni chitarra ha veramente le sue proprie caratteristiche e il suo… non solo il suo suono ma il modo in cui la senti, l’equilibrio e il modo in cui si esprime, tiri fuori delle cose speciali da ognuna. A volte prendo una chitarra e la sento come esclusiva e scrivo come se formassi su di lei qualcosa che non farei con un’altra. Sì, credo che devi avere quello che devi avere. Voglio dire: probabilmente ne ho troppe ma non so, non è un vero problema (ride).

 Come si comportava David in tour, c’erano dei rituali o qualcosa del genere durante le prove? Come si svolgeva un soundcheck qualsiasi con lui?

AB: Non ricordo alcun rituale, ma era molto facile andare d’accordo con David: aveva veramente un bellissimo senso dell’umorismo. Quindi sai, quando iniziavi a conoscerlo come persona era molto modesto nel suo carisma, credo che lui… ovviamente sapeva di essere una star ma non lo prendeva troppo sul serio, si prendeva un po’ gioco di sé stesso. Il che faceva in modo che ti intimorissi meno stare intorno a lui (ride). Era sempre molto gentile con me e andavamo d’accordo magnificamente, sempre molto supportivo anche verso la gente che lavorava e suonava con lui. Sai, diceva sempre alla band “questo suona fantastico” e “dai facciamo questo ancora”; quindi era questo tipo di leader, lasciava fare agli altri quello in cui riuscivano meglio.

C’era un brano specifico nel suo repertorio per il quale amavi fare le backing vocals? So che è una domanda strana ma guardando dei vecchi bootleg mie lo sono sempre chiesto.

AB: Canzoni che lui cantava?

Sì, durante il tour con lui…

AB: Veramente ce n’erano tante, perché ho sempre amato il suo modo di scrivere canzoni e adoro il suo stile vocale e in molte volte cantavo armonie con lui. Naturalmente abbiamo fatto Pretty Pink Rose dove saltiamo da uno all’altro, lui cantava una strofa e io ne cantavo un’altra. Ma credo che la mia preferita, impressa nella mia mente, è Space Oddity. Perché nel tour mondiale del 1990 in cui abbiamo suonato 108 concerti in 27 paesi, quella era la prima canzone che apriva la serata e mi venivano sempre i brividi quando iniziava, sai… “Ground control to Major Tom…” Lui cominciava a cantare e mi dava proprio un’emozione incredibile. Ero lì sul palco con David Bowie, davanti a forse 40’000 persone nello stadio, quindi ogni volta era proprio un momento pazzesco! Poi c’erano dei cori che cantavo con lui e quello era uno dei miei momenti preferiti, una volta arrivati a quell’attimo il resto dello spettacolo sembrava fluire da lì. Ma è un momento speciale quando canti Space Oddity sul palco con David!

 Hai menzionato Pretty Pink Rose, il video era piuttosto curioso… chi ebbe l’idea per la clip e come andarono le riprese? Davate l’idea di esservi divertiti parecchio a girarlo.

AB: Beh, veramente non ricordo il nome del tizio, era un regista tedesco che David conosceva e… o no, forse inglese credo, era un’artista inglese e io non ho avuto nulla a che fare con il modo in cui hanno fatto il video. Sono comparso solo nel giorno delle riprese, ricordo che era in Germania, in una stazione ferroviaria abbandonata e fatiscente. Visto che non c’erano finestre ed era inverno, durante tutta la ripresa sentivo freddo e non fu molto piacevole filmare quel video, eccetto per il fatto che adoravo che fossimo io e David a suonare un brano insieme. Questo è quanto ricordo, era un giorno libero durante il tour e ricordo che avemmo diversi incontri nelle lobby degli alberghi, con le persone che avrebbero dovuto montare e lavorare per il video. Parlando di cosa avremmo fatto, cosa avremmo indossato e cose simili. Poi all’improvviso ecco, ti alzi presto e sei in una stazione ferroviaria abbandonata saltellando qui e lì con David Bowie (ride di cuore).

  Parliamo dei King Crimson, non ti sembra strano vederli in tour senza il tuo contributo? Senza ovviamente nulla togliere ai coinvolti, tu ssei stato nella band per così tanto tempo che mi piacerebbe capire cosa provi in merito.

AB: Beh, sai… mi sento come se… ho sentimenti contrastanti a questo proposito. Innanzitutto non ho mai visto la band live, né ho ascoltato altro di questa line-up. In un certo senso mi sono detto: “questo fa un po’ male quindi forse il modo migliore di affrontarlo è… semplicemente… non affrontarlo, non guardare, non ascoltare”. Quindi effettivamente non so nulla di cosa la band stia facendo, all’inizio è stato un po’ uno shock e i primi tempi io… credo di essere passato attraverso un sacco di emozioni diverse, ma col tempo mi sono sentito come: “beh ok, allora va bene, Robert vuole andare in una direzione diversa e quindi è suo diritto farlo e io andrò avanti e proseguirò da lì”. Quindi questa è la cosa più importante, che tutti siano andati avanti, non ci sono rancori, nessuna rabbia o cose simili, è ok. Adesso questo mi ridà le redini per assumere il controllo della mia carriera solista e fare il massimo che posso fare… quindi va bene!

 Ricordi qualcosa del minitour con i Tool?

AB: Mi ricordo uno dei primissimi spettacoli con i Tool, è stato piuttosto rivelatore per me perché era in un posto famoso qui negli Stati Uniti chiamato Red Rocks a Denver, è una struttura con 10000 posti a sedere e quando i King Crimson hanno suonato come spalla d’apertura c’erano mi sembra sulle 1000 persone, gli altri erano tutti fuori perché nemmeno sapevano chi fossero veramente i King Crimson (ride). Poi quando sono arrivati (i Tool, ndr) ero in piedi vicino al mixer e improvvisamente mi sono guardato intorno, realizzando che c’erano 10000 ragazzi e ci fu quel momento illuminante per me in cui ho realizzato che wow, tutte le cose che avevo fatto fino a quel momento non significavano nulla per questo particolare gruppo di 10000 giovani, perché nessuno le conosceva né importava loro (ride nuovamente di gusto).

Non mi aspettavo di sentire una cosa simile!

AB: Sai, nemmeno io mi aspettavo che sarebbe avvenuto un momento del genere, fui scioccato nel realizzare che questo è quello che accade nel tempo, sai il pubblico invecchia e arriva nuova audience e loro possono anche non conoscerti affatto, ma il tour nel complesso è stato molto divertente, erano forti e collaborativi. Credo che, in quella circostanza, forse abbiamo acquisito dei nuovi fans. Eppure comunque era difficile fare la spalla per una band che attira molti giovani che non conoscono la tua musica.

Lessi in una biografia sui Primus che praticamente Claypool agli esordi vide in Lalonde un po’ come un novello Belew. Ciò è un esempio di come tu sia diventato un punto di riferimento per tantissimi musicisti. Ma da giovane chi erano i tuoi eroi musicali? Sei poi riuscito a conoscerli di persona (così come Claypool è poi riuscito a fare con te)?

AB: Qualcuno sì, qualcuno l’ho conosciuto personalmente. Uno dei miei eroi della chitarra era Jeff Beck per esempio, e ormai ci siamo incontrati molte volte e siamo diventati buoni amici e ci rispettiamo molto. Ogni volta che siamo insieme ci divertiamo proprio tanto, siamo entrambi un po’ strani, quindi siamo capaci di stare svegli fino alle 2 del mattino a ridere come pazzi. Quindi lui direi che è uno… certo, nel tempo ho finito per conoscere due dei Beatles e proprio i Beatles sono stati per me enormemente influenti nel farmi iniziare il cammino dell’artista che incide dischi. Ho preso il tè con Paul McCartney e ho incontrato Ringo due volte, quindi… è sempre un piacere, perché quei signori erano più di solo… erano effettivamente… sono delle specie di Dei! (ride). Quindi sai, arrivare a conoscerli…. e ci sono state anche altre persone, se devo essere onesto King Crimson era il mio secondo gruppo favorito di sempre. Quindi quando son finito con Robert Fripp e Bill Bruford non riuscivo a immaginarlo dapprima, pensavo wow, è incredibile vedere la gente per i quali rimanevo sveglio la notte con le cuffie, ascoltando i loro dischi più e più volte per quanto ero colpito da loro. Poi un giorno mi sono svegliato ed ero nella band. Ci sono stati altri artisti e band che hanno influenzato il modo in cui ho imparato la musica e le cose che ho scelto di imparare, diversi artisti… ho sempre amato ad esempio i Kinks, una band britannica che mi ha intrattenuto molto con la sua musica. Ma sai, credo che la cosa importante sia la componente di ispirazione che è molto importante per un giovane, e si basa tutto su ciò che se ne fa. Nel mio caso imparavo tutto il possibile dai dischi che amavo molto e quello è stato il mio insegnamento per ciò che avrei fatto in seguito nella vita, quando è arrivato il momento per me di fare musica.

Quanto ha influenzato Bowie il tuo percorso solista?

AB: David è sempre stato, anche prima di conoscerlo, qualcuno che prendevo come esempio. Perché sembrava l’unica persona che veramente riusciva a creare materiale artistico e renderlo popolare. Ogni volta che usciva un disco era nuovo, qualcosa di diverso. Lui ha cambiato svariati percorsi durante la sua carriera, ha modificato caratteri, il suo aspetto, tutto. Ciò mi ha colpito molto perché di solito, nella musica popolare, non puoi essere così tanto creativo, devi fare sostanzialmente quello che tutti gli altri fanno (ride). È proprio così che funziona di solito, eppure David Bowie è stato colui che ha deciso le tendenze invece di essere quello che le seguiva, quindi mi è sempre piaciuta la sua roba. L’ho sempre rispettato molto, naturalmente è un grande cantante, autore e interprete. Quindi sì, ha avuto una grossa influenza su di me, nel senso che credo che dall’osservare David negli anni ho capito che anche io avrei potuto fare quello che volevo. Non sarai certo così popolare, ma puoi farlo se è quello che decidi che vuoi fare nella vita e questo è quello che scelsi io tempo fa. Piuttosto che cercare di seguire le tendenze altrui e fare musica di successo, preferisco fare a modo mio e vedere cosa succede.

  E cosa dici dei NIN, sei affezionato a qualche loro disco in particolare?

AB: Mi piacciono tutti i loro dischi, penso che lo stile di produzione di Trent Reznor sia incredibile: ho lavorato con lui in 4 o 5 dischi e sono sempre stato colpito dal suono che hanno e dalla creatività dell’amalgama. Per me Trent è molto simile a David, in termini di come si lavora. Entrambi mi fanno andare a ruota libera e non mi danno istruzioni, non mi dicono cosa fare o mi fanno vedere la parti da suonare o robe così. Semplicemente mi dicono “ecco il brano” o “ecco il pezzo di musica, c’è qualcosa che vorresti fare?”.

 Il metodo di composizione o registrazione cambiava con ogni disco?

AB: Sì, all’inizio cambiava un po’, prima di tutto i posti erano sempre diversi perché ci si spostava continuamente. Quindi ogni album era fatto in un posto diverso. Adesso è a L.A. e ha uno studio dentro casa sua, quindi penso che rimarrà così per molto tempo spero. Perché è un bellissimo studio e penso che sia un habitat molto buono. L’altra cosa che accadeva era che i produttori cambiavano e anche le persone intorno, Trent si affida molto a un piccolo gruppo di esperti, uno che conosce bene i computer, uno che è esperto di tastiere, uno in qualcos’altro, insomma sembra che ogni volta che lavoro con lui ci sia un gruppetto di 4-5 persone molto capaci in qualcosa di specifico, queste persone sono cambiate un pò negli anni. Ma alla fine direi che il metodo è comunque simile, lavori con Trent e sai che farai qualcosa di veramente interessante ed eccitante, quindi mi piace molto lavorare nei suoi dischi.

  C’è un disco o progetto in particolare di cui ti chiedono poco i giornalisti ma di cui ti piacerebbe parlare di più?

AB: Beh, ci sono… credo che mi chiedono più o meno tutto, però certo come ogni artista vorrei che la gente prestasse più attenzione al mio lavoro da solista; vorrei che la gente esplorasse la mia nuova creazione chiamata Flux ma dato che è una app musicale che si scarica capisco anche che le persone non sono abituate a questo e che ci vorrà del tempo perché la gente finalmente si renda conto e dica “sì, voglio vedere com’è”. Sai, penso sia una delle mie migliori idee di sempre e vorrei farlo per sempre, quindi spero che sempre più persone saltino sul carrozzone ma, allo stesso tempo, so anche che esiste moltissima musica in giro da scegliere quindi mi sa che bisogna solo aspettare il proprio turno (ride).

Ci puoi dire qualcosa sui festeggiamenti in onore di Bowie che state organizzando nel Gennaio 2017 in varie capitali europee?

AB: Si chiama CELEBRATING DAVID BOWIE, quello che so fino ad ora è che è organizzata da un gruppo di persone che sono soliti mettere su eventi in grande stile: ci saranno credo 33 artisti sul palco in momenti diversi. Ogni città avrà pure diversi ospiti d’onore. Quindi non tutte le persone sul palco a Londra saranno le stesse che ci saranno a Tokyo. So che i concerti saranno in 6 città, vorrei che fossero 60 (ride) perché mi rendo conto che stiamo escludendo un sacco di gente. Abbiamo Londra, Berlino, Los Angeles, New York, Tokyo e Sidney. Questo è quanto è possibile sapere fino ad ora, i concerti avranno luogo a Gennaio e coinvolgeranno alcuni… vedi, saranno una specie di evento multimediale: ci saranno schermi con filmati di David e cose così, ci saranno come ho detto molti artisti ospiti e anche attori e amici di David. Suoneremo materiale della sua intera carriera, molto materiale, ci sarà una piccola orchestra e una sezione di fiati e dei coristi. Un vero e proprio evento, non vedo l’ora. Ho fatto recentemente un’esperienza simile con lo stesso gruppo di persone, era a Los Angeles per l’uscita del documentario 8 days a week, che Ron Howard ha fatto sui Beatles. L’ho trovato molto bello, 55 brani dei Beatles su uno schema molto simile: i filmati, l’orchestra e tutto il resto. Sarà una cosa speciale. Non suonerò sempre, non funziona così, in ogni canzone parteciperà un gruppo diverso di artisti, quindi a volte sarò sul palco e altre starò a guardare (ride).

 La famiglia di Bowie ha dato il supporto per il progetto?

AB: Non lo so, ma credo che ci sia il supporto di tutti, sicuramente di tutti quelli che contano. Voglio dire, è veramente fatto per celebrare la sua musica, sarà uno di quei tour così dispendioso da montare che non credo che nessuno ne uscirà portandosi molti soldi in tasca (ride), non credo sia quello il punto, semmai il senso è “facciamo il lavoro migliore, punto”, per far vedere l’ampiezza e lo scopo di ciò che David ha fatto nella sua vita in musica. Penso che in questo senso sarà un successo.

Beh, allora speriamo che ne facciano un film, come 8 days a week.

AB: Beh questa è un’altra cosa di cui si parla, di fare un documentario di tutto l’insieme, credo sarebbe un peccato se non fosse documentato, quindi speriamo che succederà, ma tutto dipende dalle risorse economiche: qualcuno deve metterci dei soldi o qualcosa. Io non ho nulla a che fare con ciò, sarò lì solo a suonare e cantare, godendo di un secondo round di David Bowie.

  Vorrei chiudere con una curiosità, quale frase ti piacerebbe fosse usata un giorno come tuo personale epitaffio?

AB: Il mio epitaffio personale? Sì… uhm… non seguo bene la cosa… non so come sarà il mio epitaffio (ride). Credo… dovrò riprendere questo discorso con te un’altra volta (ride). Sai, non ho speso molto tempo pensando a cosa succederà quando non ci sarò più, mi piacerebbe però che la gente ascoltasse la musica e se la godesse per gli anni a venire, spero sia tutto… la mia unica ragione di essere qui penso riguardi il fatto che mi è stato dato il dono della creatività e quindi devo utilizzarlo per qualcosa di positivo e alla fine spero di essere ricordato per questo.

Beh, questo è sì un epitaffio!

AB: Ecco qua! (ride)

Domande ideate da Federico Francesco Falco, intervista condotta e tradotta da Rossella Iacono. Supervisione di Matteo Tonolli

(Un ringraziamento a Rachele e Lara!)

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