1.Outside (1995)

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1.Outside (1995)

di Federico Francesco Falco

Sono fuori un sinistro locale, dall’insegna luminosa ed ingombrante, sembra dipinta con un pennello consumato e grasso. Le due vetrine sono oscurate, intravedo solo figure nere e sfocate danzare dall’altra parte. Indugio un po’ su questo portone industriale, sento odore di un ritardo piuttosto marcato del mio interlocutore, al punto da avere dei dubbi che, forse, sono proprio io quello ad aver capito male i termini dell’appuntamento. Mi faccio forza ed entro, mi chiudo alle spalle l’ingombrante maniglione antipanico, il suono è sgraziato da attirare gli sguardi dei presenti su di me. O almeno credo. Persino i drink nei bicchieri restano immobili e, in qualche modo, ho l’impressione che mi stiano osservando. L’unica cosa che persiste è un pianista impassibile, dal cranio lucido, intento a passeggiare con le dita sul pianoforte in maniera ossessiva, lo seguono una batteria in controtempo e un latrato di chitarra, A Small Plot of Land, dicono. Una delle cose più belle sentite in serata. Ma quel “lui” non arriva, qualcosa non va. Ignoro il barista che sta camminando come un gambero tentacolato tra decina di portate e mi avvicino all’orologio analogico in fondo alla sala: l’una e quaranta. Sono urtato, ho fretta di capire dove sto errando, sbatto il pugno sul muro e stavolta nessuno mi nota, afferro la lancetta dei minuti, come se gli infilassi le unghie nell’acciaio, la porto indietro di due giri completi. La sala muta all’unisono con l’orario, salgo metri stile ascensore in maniera vorticosa. Poi il piano si ferma di botto e quasi inciampo, trovandomi dinnanzi lui, seduto al tavolo come mi aspettasse da ore, forse anni: tipo 22. Giacca beige a svelare un impeccabile completo con camicia bianca e cravatta scura. Quest’ultima non la focalizzo bene perché mantiene gli avambracci sul bordo e le mani sotto il mento. È Nathan Adler, il protagonista del caso di questo concept album, indaga da tempi immemori su questa ragazzina Baby Grace, quattordici anni, brutalmente uccisa in una distopica era in cui persino l’omicidio può essere considerata arte. Il dossier è un volumone di circa 75 minuti, carta sonora affatto ingiallita. Prende le basi della trilogia berlinese e ne costruisce un ponte di vetro fino agli anni 90. L’elettronica non è invecchiata, ha solo guadagnato due decenni. Brian Eno lo sa, perché sta continuando a bazzicarla, ma è un decennio in cui le sfide soliste sembrano appassionarlo di meno. Torna alle vecchie amicizie, si rifà vivo in una stanza e ammira una line-up che ha rinnovato il suo sangue, come ogni cliclo Bowiano. Nessun King Crimson, ma gente come lo scultore di dissonanti note che all’anagrafe fa Reeves Gabriels, il polistrumentista turco Erdal Kızılçay… Tutti in cerchio a jammare la storia del detective che ho di fronte, mentre il Duca gironzola per gli studi di registrazione, dipinge, canta, narra. Burroughs contaminato con i The Small Gods, svizzeri innovatori della scena, probabilmente persino più importanti dei Nine Inch Nails in questo collage sonoro. L’odore di Trent Reznor è nella sporcizia, la sferragliata di chitarre in The Heart’s Filthy Lesson e nell’adrenalinico intro lugubre di Hallo Spaceboy che implode in una marcia marziale: due singoli eccezionali (il secondo smorzato dalla versione remix, a dire il vero) che colgono bene l’essenza di questo jazz violento dell’elettronica. Sovrappensiero, vengo riportato alla realtà da Nathan, ha interrogato tutti i coinvolti al caso durante gli intermezzi. Viaggiando per Londra, Ontario, New Jersey; sempre e costantemente sulla puntina del suo disco. Mi poggia un altro fascicolo sul tavolo, pesante, a momenti fa cadere i bicchieri appena ordinati. Leggo “2. Contamination”, la seconda parte della sua inchiesta che, purtroppo, non può rilasciare. Non mi stupisce, Bowie ed Eno avevano circa 20 ore di “interrogatori”, ma ai tempi la Virgin era piuttosto fredda in merito al caso, forse voleva insabbiarlo. Magari avrebbe gradito “inchieste” riguardo vecchie pratiche oramai già chiuse. Nathan è stato ostacolato, ne abbiamo le prove. Basterebbe cercare ne The Motel (quasi sette minuti di puro Sinatra in salsa robot, con quel tocco di disperazione alla Rock and Roll Suicide) o a “…Oxford Town”, tra un paio di groove alla The Buddha of Suburbia.
We Prick You, già. Ripetuto a mò di mantra, con un’altra eccezionale base ritmata che vive di un basso che scappa via e un mood un po’ da Gospel nei cori. Al Detective vorrei dirgli che sembra essere rimasto incastrato nella cattiveria di un universo alla Diamond Dogs, ma francamente non vedo come potrebbe essergli utile o quanto meno di conforto. Ne sono sicuro: altre sue inchieste di questo tipo potrebbero far quasi crollare il sistema, eppure lui è qui, amareggiato come un Thomas Jerome Newton ne L’uomo che cadde sulla terra. Scuote il capo mentre ordina un bis e mi mostra la rubrica del suo Smartphone, una rete infinita di gente che ha iniziato a credergli solo dopo diversi anni, perché prima il suo capo, dagli stadi ritornava a farsi vedere nei palazzetti. E la gente parlava di involuzione. Ma, in fin dei conti, cosa poteva aspettarsi? In giorni in cui i dinosauri del Rock facevano a gara ad accaparrarsi le ispirazioni dei loro figliocci del Grunge o si leccavano le ferite da qualche passo imbarazzante del decennio scorso, in quanti avevano il medesimo coraggio di raccontare una storia NUOVA? In quanti erano disposti, infine, ad adottarla? Thru’ These Architects Eyes, gli occhi all’alba dei cinquant’anni che ancora sperimentavano e davano al Pop nuove forme per potersi travestire. Insomma, è una narrazione di un futuro che, ci sfugge ancora oggi nel presente. Non un mero concept album da proghettari incalliti, ma un pezzo d’arte che conserva la sua fetta di eterno grazie alla sua freschezza di idee e realizzazione. Senza nemmeno tradire circa tre decenni di catalogo, se si pensa come The Voyeur of Utter Destruction (As Beauty) potrebbe suonare come il superamento degli steccati messi da Scary Monsters e che nessuno aveva sfiorato fino ad allora e che solo The Fragile riuscirà a cogliere questa lezione di immenso valore. Sarà che sia Scary Monsters che 1.Outside rappresentano un azzardo ben giocato, a pochi passi da una trilogia che, per molte altre carriere, sarebbe un macigno invalicabile su cui far morire qualsiasi speranza di poter ancora stupire l’audience. Prendendo e vivisezionando un pezzo non esattamente di culto o comunque noto come Wishful Beginnings, potremmo ammirare come sia la parte strumentale che le vocals potrebbero vivere esistenze separate ed essere comunque suggestive. Ne verrebbero fuori sia un affresco ambient che un blues rudimentale degli anni 30 a la Bukka White. Geniale. Cos’altro potrei dire? Quindi mi alzo in piedi, insisto per pagare il conto, saluto cordialmente Nathan Adler, promettendo che parlerò di lui con termini che vadano al di là del mero “sottovalutato” o “sfortunato”. Perché è così: in questa rubrica ho recensito quasi ogni album della discografia di David Bowie, ma lui l’ho sempre rimandato, nonostante la voglia fosse in me dirompente. Difficile è infatti entrare senza sedersi al bancone ad ordinare due banalità. Quindi la soluzione è il narrare, al fine di raccontare la storia delle “sue” storie. Il capolavoro narrativo di un artista che non è mai stato considerato un Dylan (ne avrebbe voluto diventarlo, esordi a parte), ma ha dato alla comunicazione alcuni imput da fuoriclasse.
Eccomi. Sono nuovamente fuori dal bar, si alza un vento gelido fino a sopra le ossa, realizzo che tenersi il soprabito all’interno non sia stata una grande idea. Non so se chiamarmi un taxi o comunque tornare a casa, non comprendo perché dovrei oppure come io sia giunto fino a lì; ricordo una musica partita all’improvviso, ed io ero già proiettato altrove. Già in movimento. Su Strade Perdute, come suggerisce il film di Lynch, che inizia a finisce (e continua) visivamente con quel cemento asfaltato e nient’altro. C’è solo I’m Deranged in sottofondo, la melodia che ti conduce, tra Scott Walker e coccole synthetiche, verso un tracciato privo di segnaletica. E destinazione.

La copertina del Tour Programme di ‘1.Outside’. L’ ‘Iperciclo Non Lineare di Dramma Gotico’ avrebbe inaugurato anche una delle stagioni live più belle e feconde del nuovo Bowie

 

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